Prologo

Non importa se si è troppo stanchi per aprire gli occhi o troppo arrendevoli per imprimere forza ai vostri movimenti. L’importante è abbandonarsi ai sogni ed immaginare la bellezza. Chiudere gli occhi e distendersi sono le giuste azioni da intraprendere per far sì che il viaggio possono diventare una scoperta avvincente. E’ consigliato essere in completa solitudine per assaporare ogni piccolo dettaglio. L’unica distrazione possibile è il suono melodioso di un vecchio giradischi che con la sua puntina va e intona carezzevoli note che cullano il dolce riposo. Se vi ho convinti almeno un pò seguite i miei prudenti consigli, lasciatevi trasportare e catapultatevi in questa storia dove l’irreale e il reale si contenderanno il primato e la fantasia assumerà le sembianze di una viaggiatrice errante.

Che arte sia….

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Haiku e Sakè (in viaggio con Santoka) di Susanna Tartaro

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“Haiku e sakè (in viaggio con Santoka)”, pubblicato da Add, è un libro straordinario perché è capace di tradurre in parole la poesia racchiusa nell’intero universo che trova la sua massima espressione negli haiku, versi giapponesi la quale bellezza consiste nella loro brevità e ad avere come punto di riferimento il ciclico fluire delle stagioni.

Susanna Tartaro, autrice del libro e curatrice del programma radiofonico Fahrenheit dedicato ai libri e alla cultura e in onda su Radio3, ci conduce in un viaggio spazio-temporale facendoci conoscere, sin dalle prime pagine, un personaggio insolito e sconosciuto ai più: Santoka.

Quest’uomo viene descritto con dovizia di particolari ed immediatamente diventa familiare. Ha i sandali infagati per aver camminato a lungo, un bastone che lo sorregge durante il percorso, un cappello di bambù legato dietro la schiena che lo ripara dalle intemperie, la sacca delle elemosine e la faschietta di sakè, la sua bevanda preferita.

In questo viaggio in solitaria, il monaco buddista Santoka, vissuto fra il XIX e il XX secolo, cammina e compone haiku sul suo diario osservando il mondo circostante. E’ un pellegrinaggio costituito da insidie e da disagi fisici, ma la contemplazione del paesaggio è fonte di nutrimento per la sua anima.

Grazie agli haiku, Susanna ha imparato ad ottenere un punto di vista privilegiato ed osserva il mondo da un’altra prospettiva. La caotica Roma, nella quale vive, ha caratteristiche ben diverse dal mite Giappone, ma un fil rouge può essere trovato. Infatti Santoka, così come gli altri maestri giapponesi, c’insegna a trasformare l’imperfezione che caratterizza il vivere quotidiano e a scovare la bellezza che spesso si cela anche nei minimi dettagli più insignificanti.

Presi come siamo dalla frenetica routine, fermiamoci per un attimo, contempliamo le strade, i luoghi che ci appartengono o anche i territori ancora sconosciuti ed impariamo a familiarizzare con il concetto di meraviglia. Tendiamo il nostro orecchio, gettiamo lo sguardo all’orizzonte e coloriamo con note positive ciò che sembrava così minaccioso. Noteremo come ogni cosa possa apparire bella solo avendo un animo predisposto a scorgere la potenza straordinaria che ci comunicano gli oggetti o le persone intorno a noi e magari, perché no, possiamo per un attimo sederci in disparte e scrivere un haiku che sappia di amore, pace e meraviglia. Avremmo così colto il segreto primo per vivere in armonia con l’intero universo.

Vi ricordo che il libro verrà presentato in anteprima giorno 27 ottobre 2016. Cliccando sul link avrete tutte le informazioni che vi servono.

Qui di seguito potete leggere l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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Da dove nasce la passione per il Giappone e per Santoka in particolare?

La passione per il Giappone mi arriva dalla letteratura ma anche dalla cultura, dall’estetica di questo Paese. La sua “eleganza frigida”, come la chiamava Goffredo Parise, è per me motivo di grande seduzione proprio perché così lontana dal mio sentire, dal mio temperamento. Osservare il processo di stilizzazione degli elementi spirituali e cosmologici, provare a capirlo mettendolo in dialogo con la mia esperienza, con la quotidianità o con la notizia del giorno, come accade nel DAILYHAIKU ormai da tre anni, è diventato il mio modo di osservazione prediletto. A Santōka ci sono arrivata leggendo gli haiku del suo maestro Shiki (1867-1902), il monaco zen che amava i kaki, frutto di cui era ghiotto e a cui ha dedicato tanti componimenti. Uomo rigoroso e coltissimo, molto malato, Shiki morì prestissimo, a trentacinque anni, dopo una breve esperienza di giornalista culturale. Il fatto che a lui si debba l’invenzione del termine “haiku” lo ha reso popolare , e quindi tradotto, anche in Italia e, leggendo leggendo, anzi leggendo e rileggendo (un haiku bisogna rileggerlo per capirlo bene e si fa fatica a tenerlo a mente!) e soprattutto facendo dialogare haiku classici – quelli di Shiki, ma anche di Bashō, di Issa Kobayashi, di Uchida, di Kuroda… – con la notizia del giorno come faccio per il blog, sono arrivata a Santōka. In Italia sono stata la prima a tradurne gli haiku e alcuni frammenti tratti dal suo diario di viaggio. L’ho fatto dall’inglese, da testi che ho trovato pubblicati da una casa editrice universitaria americana. Chi è Santōka? Per me, prima di tutto è l’anti-testimonial del monaco buddista come siamo abituati a immaginarlo. Santōka non aveva l’illuminazione se non, come lui stesso afferma, quando beveva saké. Era alcolizzato, oggi lo diremmo un drop out. Seminava fallimenti uno dopo l’altro: un’infanzia infelice, il matrimonio finito miseramente come i due esercizi commerciali che aveva intrapreso, l’abbandono della famiglia e del figlio di cui sentirà il rimorso per tutta la vita. Fallì anche come suicida: il treno si fermò in tempo. Con il suo basto di disperazione e alcol, a Santōka rimane solo una cosa: camminare. E questa sua viandanza, disperata e luminosa, l’ho calata nell’oggi, tra le mie cose. Nel libro, insieme attraversiamo Roma in motorino, ci fermiamo nel traffico o in fila alla posta, raggiungiamo la mia redazione, entriamo dentro Radio3. Ed è sempre con gli haiku di Santōka in testa che arrivo ad altri poeti, a parlare degli scrittori che amo, dei miei amici o dei miei affetti. Una guida, un amico immaginario che mi aiuta a riflettere e che mi indica un modo di osservazione della realtà. Questa. La mia.

“Gli haiku possono svelare una verità altra sulle cose”. Quale?

Se svelano qualcosa non lo so, comunque non più di quanto faccia la letteratura in genere. Comunque, sì, gli haiku possono offrirci una lettura anche del nostro mondo, godendo di una sintesi straordinaria e, nel contempo, di un’apertura di senso che può essere infinita. Lì dentro, in quei tre versi brevissimi, c’è posto per molto del nostro sentire, basta approfittare degli spazi bianchi tra una parola e l’altra. Ma tutti i grandi della letteratura offrono spazi bianchi per noi. Basta, quando andiamo in libreria, cercarli bene senza farci confondere dalla paccottiglia in giro.

“L’haiku ai tempi di twitter è possibile.” Cosa li accomuna e perché la scelta di inserire delle immagini all’interno del libro?

L’haiku nella sua forma classica (3 versi di 5-7-5-sillabe) si presta alla velocità che il nostro presente impone unendo la brevità di twitter con le immagini di instagram. L’haiku è una forma poetica dalla grande forza icastica ma a me non è bastato. All’immagine che evoca, infatti provo ad aggiungerne un’altra ancora, di quelle fatte al volo con il cellulare. Ed ecco che il senso, il significato profondo può cambiare ancora. E ancora…

Come gli haiku possono aiutare ad affrontare la realtà di oggi?

Non so come gli haiku possano aiutare, quindi tornerei sulla letteratura. E’ leggere che ci aiuta, che mi aiuta. Leggo perché sono in cerca di domande, non di risposte sulla mia vita. Risposte me le danno tutti, tutti sono capaci. All’epoca dei social, di FB, poi non ne parliamo: siamo tutti capaci di dire, consigliare, annunciare, giudicare tutto e di tutto. Sono le domande difficili da trovare. E, in questo, un haiku come un grande scrittore di quelli seri, come un grande romanzo o una poesia, può aiutarmi.

Quale haiku accompagna le tue giornate? 

Cuscino di pietra

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E’ di Santoka, sempre in grado di osservare le cose da un altro punto di vista.

 

Le ragazze di Emma Cline

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“Le ragazze”, scritto da Emma Cline e pubblicato dalla casa editrice Einaudi, è un libro sconvolgente che ci fa riflettere sull’assurdità del male. Siamo abituati ai soliti cliché che descrivono l’epoca hippie, quella dei cosiddetti figli dei fiori, come un’epoca nella quale s’inneggiava alla libertà di corpo e spirito seguendo il mantra del peace&love, ma di quegli anni caratterizzati dall’assunzione di droga ed alcol e da quel senso di fratellanza che si respirava nelle comuni, ci è sfuggito quel sentimento di solitudine e odio provato talvolta dai ragazzi dell’epoca. Un odio che si misurava purtroppo con la vita di tutti i giorni ed ogni cosa era percepita come uno sfregio che veniva fatto all’anima.

Le ragazze di Emma Cline, Suzanne, Helen, Donna e per ultima Evie sono tutte giovani donne con una personalità fragile da far paura. Vivono in questo ranch e adorano Russell, una specie di guru che le sottomette solo con la forza penetrante del suo guardo obbligandole per giunta a vivere nella miseria perché questo fa comunità e facendole commettere qualsiasi atto impuro in nome di una vita senza schemi, in barba ad una società troppo bigotta dominata dal capitalismo e che per tutte queste molteplici ragioni non doveva essere assolutamente rispettata e quello che si doveva compiere era un atto rivoluzionario che falciasse alla base il sistema corrotto che si era creato alla fine degli anni ’60.

Nel ranch infatti viene bandita ogni regola, la condivisione è il solo diktat che si rispetti e tutto è legittimato dalla forza dirompente dell’amore che rende gli animi liberi di amarsi vicendevolmente.

Quello che ci viene descritto è un ritratto raccapricciante di giovani alla deriva, persi nei loro ideali che alimentano solo un senso profondo di smarrimento che purtroppo finirà tragicamente senza aver pensato alle conseguenze delle loro azioni.

Rattrista maggiormente il ritratto che viene delineato di queste famiglie assenti, egocentriche e perbeniste che guardano il viso dei loro figli e non si accorgono del male che li logora dentro, un male che li lobotomizza e li rende schiavi di comportamenti errati che vengono messi in atto solo per attirare l’attenzione e per sentirsi amati e la Cline ha saputo perfettamente cogliere l’essenza di una società che ha sicuramente dei parallalismi con quella odierna dove osserviamo genitori troppo distratti per accorgersi che i loro figli hanno bisogno d’aiuto e chiedono solo di essere ascoltati.

“Volevo solo essere guardati.”– ammette Evie.

“Le ragazze” è dunque un romanzo che descrive uno spaccato di vita che ha visto protagonista un’intera generazione e che deve farci riflettere sull’assenteismo deleterio per le giovani generazioni le quali hanno bisogno di stabili punti di riferimento per poter crescere nella consapevolezza che la solidità derivi principalmente dal loro nucleo familiare.

Per Amore di Lisa Ginzburg

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Cosa si è disposti a fare per amore? Se lo chiede la scrittrice Lisa Ginzburg che nel suo nuovo libro “Per amore”, edito dalla casa editrice Marsilio, narra di un rapporto sentimentale vissuto sul filo del rasoio. 

Quella della giovane documentarista italiana, che vive a Parigi, e di Ramos, ballerino e coreografo è una storia sofferta sin dall’inizio. Le distanze geografiche come anche quelle sociali costituiscono una barriera difficile da abbattere, ma con la forza del loro amore cercheranno di riuscirci.

Ramos è un rubacuori, ha una natura carismatica ed è dotato di quel magnetismo raro che lo rende ancora più affascinante complice anche il fisico scolpito da ore di danza frenetica, ma il suo retaggio culturale rende purtroppo queste distanze ancora più incolmabili. Il Brasile e le favelas, gremite di gente semplice e povera, costituiscono le sue radici alle quali mai potrà rinunciare relegando ai margini la moglie che faticherà a trovare un clima familiare in questo microcosmo dove è difficile sentirsi parte integrante.

Lei costituisce l’esempio di donna coraggiosa che per amore mette in secondo piano le sue esigenze pur di salvare il suo matrimonio, ma Ramos nasconde una duplice natura: violenta, agressiva, repressa fatta di pulsioni che lo rendono irriconoscibile ai suoi occhi.

A questo punto della narrazione non si parla più solo di amore inteso come sentimento che tutto può, ma si oltrepassa un confine di amore e morte che rende il romanzo ricco di pathos e sfumature che scavano nell’indole umana. Ad un certo punto, l’uomo che sembrava essere così cristallino e puro non lo è più, ma diventa un estraneo che vaga con occhi sperduti in cerca della sua vera identità.

In questo caso una moglie innamorata come deve comportarsi?

Forse seguire il suo istinto perché quando ci si trova davanti ad una personalità così ingabbiata all’interno di una condizione che lo rende schiavo l’amore diventa cenere. Ci si allontana sempre più e quella promessa scambiatisi con tanto di giuramento non riuscirà a fermare il destino che farà un capitombolo verso l’abisso dal quale non si potrà più tornare indietro.

Ed ecco che l’unica cosa da fare è aggrapparsi a se stessi per poter reagire ed impossessarsi nuovamente di tutte quelle certezze che ci sembravano perdute. Nulla può minare la nostra dignità di donna nemmeno un grande amore perché il vero amore educa, accompagna e ci restituisce nella libertà la parte migliore di noi stessi.

Con un linguaggio potente, avvolgente e fluido, Lisa Ginzburg ha saputo confezionare un romanzo che mostra il lato oscuro dell’amore e pone l’attenzione sul significato di essere donna oggi capace di convivere con le proprie fragilità e di saperle trasformare in punti di forza ripartendo innanzitutto da se stessa.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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Cosa spinge una donna ad annullarsi per amore?

Io non parlerei di “annullamento di sé” nel caso dell’amore che la protagonista del mio romanzo prova per il suo uomo. Piuttosto, di una forma di dedizione eccessiva, che la porta a trascurare la sua propria vita, specie quella professionale. Penso che l’eccedere in dedizione sino all’abnegazione e al sacrificio di sé, accada quando non si ha abbastanza forte un proprio “centro”, quel senso di sé che è spesso il lavoro (la realizzazione professionale) a dare, e prima ancora il modo come siamo stati “visti” e amati nell’infanzia. Possiamo amare “bene” nella misura in cui amiamo noi stessi per primi. Questa semplice verità, necessita, in certi percorsi di vita, di moltissimo tempo per venire imparata. A prezzi anche molto alti. Non saprei dire tuttavia se sia una caratteristica femminile. Certo l’autostima e il senso del proprio valore in una donna sono spesso meno pronunciati, meno coltivati che in un uomo; però conosco anche casi di eccesso di abnegazione maschile. Il punto, più che di “genere”, è di principio. Il punto è la qualità dell’amore. Un amore è “buono” (per dirla con Patty Pravo) nella misura in cui non ci allontana da noi stessi, anzi ci aiuta a focalizzare il nostro proprio centro, a conoscerci e gestirci meglio. Cosa spinge invece a esagerare, ad abnegarsi ? Spesso l’intuizione (magari inconsapevole) che l’amore che stiamo vivendo, “buono” non lo è del tutto: non sano, non in equilibrio con le nostre necessità profonde. Agiamo in eccesso per compensare un vuoto che sentiamo nella sostanza della relazione. Qualcosa non ci nutre veramente, e allora ci buttiamo nell’azione pur di convincerci di essere al contrario amati e, appagati.

Secondo lei, quando le distanze (geografiche e culturali) iniziano a diventare un ostacolo per una relazione in apparenza così stabile? 

Penso l’amore come uno straordinario strumento di conoscenza. E credo nella bellezza di innamorarsi di qualcuno che è molto diverso da noi, per origine, o estrazione sociale, o cultura. Ho una visione forse romantica, ma alla mia non tenera età ancora penso l’amore come reciproco completamento: integriamo parti “straniere” di noi stessi, nel momento in cui amiamo qualcuno per noi “straniero”. Detto questo, per durare nel tempo, una relazione certo deve basarsi anche su affinità più tangibili. Il sentimento da solo non basta, ha bisogno di venire alimentato con rispettive visioni della vita che si incontrino. Condividere delle concezioni generali, principi, interessi, passioni, è fondamentale. Anche per questo conta poter stare fisicamente vicini. Nella distanza, l’incanto della diversità può trasformarsi in maledizione della lontananza. E differenze culturali che nella vita quotidiana possono venire affrontate, gestite, anche superate, stando lontani invece si amplificano. Allontanano da chi si ama.

Chi è davvero Ramos?

Ramos è un uomo che non riesce a dirsi sino in fondo chi è. All’apparenza assolutamente “centrato”, riuscito nel lavoro, carismatico, molto amato e seguito da tante persone, è invece qualcuno che non ha davvero preso in mano il filo della propria vita. Sfugge a se stesso, senza trovare come confessarsi il suo essere più profondo, né il modo per accettarlo. Prima ancora che alla sua donna e ai suoi cari, è a se stesso che non dice la verità. Così la sua vita a un certo punto comincia a sfuggirgli dalle mani, a correre a un ritmo impazzito, sino a farlo distruggere. Un proverbio francese dice: “L’ombra, se non la afferri, prima o poi ti acchiappa lei”. Tutto quanto Ramos non riesce ad accettare di se stesso, preferendo nasconderlo, poi gli va contro, sino a condurlo a sfracellarsi in una brutta fine. In questo senso, così come nella vita è un grande maestro, un pedagogo, anche con l’orribile morte di cui è vittima, Ramos tramanda qualcosa. Un monito a non nascondersi, il suo testamento: per quanto possibile, la sua morte sembra dire, si deve trovare il modo per non dire a se stessi bugie su se stessi.

Perché la protagonista, nonostante sappia in cuor suo che la sua storia sia destinata a finire, accetta di subire questo tipo di violenza?

La sensazione che una storia d’amore possa finire, e come, e perché, penso accompagni tante relazioni. Quanto più due persone si conoscono l’un l’altra, tanto più i pericoli insiti nelle dinamiche possono apparire chiari. Quindi non saprei se la protagonista del mio romanzo “subisca una violenza”, ostinandosi a portare avanti un matrimonio via via sempre meno facile. Quel che lei prova è una progressiva, fortissima malinconia, perché vede ridursi le possibilità di essere felice con l’uomo che ama. Ma non per questo l’amore sbiadisce. Consapevolezza delle difficoltà, scoraggiamento e crescente pessimismo sulle possibilità di durare, non necessariamente tolgono forza all’amore. La protagonista del mio romanzo vede le distanze aumentare, gli equilibri vacillare anziché rafforzarsi. Ma non molla. Ama ancora, persevera. Non credo rappresenti un’eccezione. Tanti amori navigano costeggiando di continuo la possibilità del loro naufragio, che in questo caso arriva per via di una tragedia, l’assassinio di Ramos. Sono molte, credo, le storie d’amore che hanno inscritta nel loro svolgersi la preoccupazione circa il loro avvenire.

Il Brasile è un paese dalla forte personalità ma anche caratterizzato da una notevole complessità. L’europea Parigi invece mostra una certa stabilità emotiva. Come è stato possibile far convivere queste due realtà nel romanzo?

È vero, non ci avevo mai riflettuto in questi termini, ma certo nella storia che ho scritto, l’Europa appare come un luogo senza eccessi, e Parigi un meccanismo (un po’ anodino) tutto imperniato sull’autocontrollo, la misura. A un mondo latinoamericano sfrenato, che non conosce dominio di sé, dove l’espressione di qualsiasi stato d’animo è legittima, si contrappone un’Europa equilibrata. Come gli emisferi, speculari, questi due mondi si completano. Il Brasile è l’immediatezza, Parigi il contenimento. Tuttavia non credo sia così nella realtà, perché le cose sono come sempre più complicate. Non c’è misura che non si scontri con la verità di quel che è smodato e spontaneo, non c’è sfrenatezza che non si trovi prima o poi a sfracellarsi davanti alla forza del contenimento. Le due parti, nel mio libro coesistono insieme nel loro essere inconciliabili. A Parigi (dove vivo già da diversi anni), posso dire di avere imparato il valore del contentimento. Ma non si vive di quello soltanto: l’assenza di spontaneità genera nevrosi tanto quanto il vitalismo troppo disinibito. Geografia a parte, si tratta di far coesistere in se stessi le diverse parti, ed è un lavoro interiore spesso molto impegnativo.

Quale messaggio vuole comunicare ai lettori “Per Amore”?

Ho voluto raccontare una storia dolorosa tracciando un percorso di lutto come introspezione, ricostruzione “a posteriori”, comprensione, perdono. Se c’è un messaggio (una parola verso la quale sempre nutro un certo sospetto), in “Per amore”, è che ogni essere umano è un mistero. E che amare significa rispettare quel mistero, anche quando in modo così drammatico e traumatico può accadere di perdere la presenza fisica di una persona molto amata. Qualcuno che muore per essersi “perso”, qualcuno da ricordare per sempre rispettando il segreto e le contraddizioni che tormentosamente gli vivevano dentro. Amare è di per sé un mistero, e amare è anche amare il mistero che è l’altro. Anche quando quel mistero fa male, male sino a morire. Anche quando scoprirlo, per chi resta, è devastante. Per amore si guarda negli occhi tutto, e si sceglie di raccontarlo. Tutto: la vita e la morte, quel che è stato e quel che non è più.

 

 

Il colore dei papaveri di Manuela Mellini

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Elisa è una timida ragazza che vive in un piccolo paese della provincia romagnola, Castelfreddo, ed è solita trascorrere le sue giornate nella biblioteca in cui lavora perché ama circondarsi di libri che fungono da scudo contro il mondo esterno. Innamorata di un ragazzo per il quale nutre un profondo imbarazzo solo standogli vicino, combatte quotidianamente la sua dura battaglia per uscire dalla sua confort zone che la vede imbrigliata in insicurezze e fragilità emotive che le impediscono di vivere appieno la vita. Ma, come tutti ben sappiamo, il corso della vita molto spesso non viene deciso da noi ed ecco che complice un fantasma, un incarico insolito che la vede protagonista e il sostegno di un nonno, figura fondamentale alla quale appoggiarsi, ribaltano le sue poche certezze e diventano il motivo per cui non ci si arrende più alla paura ma si cerca di vivere la vita che si è sempre sognata.

Con un linguaggio carismatico e ricco di entusiasmo “Il colore dei papaveri”, romanzo scritto da Manuela Mellini e pubblicato dalla casa editrice Piemme, rappresenta il sogno romantico che dapprima viene idealizzato e che poi, grazie al coraggio, alla determinazione e ad un pizzico di fortuna, si realizza e tutta la fatica percepita durante il cammino come per magia scompare lasciando il posto all’ottimismo portatore di meravigliose sorprese.

D’altronde “La vita è come un campo di fiori. Solo standoci nel mezzo si può assaporare davvero.”

Di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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Raccontami come mai hai scelto per il tuo romanzo questo titolo e com’è nata l’idea della copertina che ne rispecchia assolutamente il senso?

Il titolo e la copertina sono il frutto di un bel lavoro di squadra che ha visto tre protagonisti: me, autrice; Piemme, l’editore; MalaTesta, la mia agenzia letteraria. L’idea del titolo, Il colore dei papaveri, è venuta da me, perché l’episodio a cui è riferito mi è molto caro ed è forse l’unico punto veramente autobiografico del romanzo. Nonostante questo, l’ho rimesso in dubbio migliaia di volte, sia perché so di essere una pessima titolista (quando distribuivano il dono della sintesi io probabilmente ero impegnata in altro…), sia perché effettivamente è molto difficile trovare un nome alla propria “creatura”. A volte uno sguardo esterno è più lucido di quello di chi ha vissuto da dentro tutto l’evolversi della storia, e in questo sono stati decisivi, appunto, editore e agenti. Quando io, a poche settimane dall’uscita del libro, mi disperavo di non aver ancora trovato un titolo soddisfacente, loro mi hanno fatto notare che invece, pur senza accorgermene, c’ero riuscita. La copertina è venuta di conseguenza: ho mandato a Piemme alcune immagini, brutalmente scaricate da Internet, per cercare di rendere il concetto che avevo in mente. Nell’arco di una mezz’ora, mi hanno mandato la copertina che poi è diventata quella definitiva. Confesso che quando l’ho vista mi sono persino commossa: non solo perché il mio romanzo finalmente appariva come un libro “vero”, ma perché in quel momento ho preso coscienza che quello che avevo scritto era davvero in grado di trasmettere qualcosa, senza bisogno di tramiti.

2) La protagonista del libro ha un carattere determinato, ma nello stesso tempo ha delle fragilità che si sono cicatrizzate nel tempo. Credi che nascondersi dietro a pile di libri l’abbia aiutata?

I libri sono un’invenzione davvero curiosa. Sono degli oggetti, questo è innegabile: hanno una loro fisicità, varie componenti chimiche (la carta, l’inchiostro…), persino un prezzo. Ma sono anche dei contenitori straordinari, che veicolano storie, passioni, informazioni, emozioni. A seconda di chi li ha scritti e di chi li legge, diventano di volta in volta un passatempo, una mania, uno strumento di propaganda o mille altre cose ancora. Per Elisa, la protagonista del mio romanzo, sono a tutti gli effetti un rifugio. Lei rinuncia ad affrontare la vita, un po’ per il dolore che ha dentro e un po’ per paura, e trova uno schermo nel suo lavoro (fa la bibliotecaria, quindi vive immersa nei libri) e nel quieto tran-tran quotidiano. Assorbe gli stimoli che i libri e i film le danno, ma non riesce a trasformarli in qualcosa di vivo, di suo.

3) Perché hai ambientato la storia in un piccolo paese di provincia?

Perché vengo da un piccolo paese di provincia, e sono convinta che questa sia una di quelle cose che, ovunque vai, ti restano marchiate addosso, fanno parte del tuo DNA. Vivo a Milano ormai da dodici anni, sto per trasferirmi a Berlino, eppure quando penso a una storia la mia fantasia vola là, in quell’angolo di Romagna in cui ho trascorso i miei primi 24 anni e in cui, ancora oggi, torno appena possibile. «Ma la terra con cui hai diviso il freddo mai più potrai fare a meno di amarla» scrive Vladimir Majakovskij. Forse c’era bisogno che me ne andassi per farmi innamorare nuovamente, e ferocemente, della mia terra. Al di là di tutto, però, ammetto che la provincia è un universo che mi affascina terribilmente. Penso che ci sia una sorta di fil rouge che unisce gli abitanti delle province di tutta Italia, vorrei dire del mondo. Il fatto di essere lontani dai posti in cui succedono le cose (della provincia, basta guardare un TG per accorgersene, si parla solo quando si verifica una qualche catastrofe o un efferato episodio di cronaca nera); del dover prendere la macchina ogni giorno per lavorare, uscire a divertirsi, studiare; del vivere in un micromondo in un certo senso confinato in se stesso, in cui abitare da una parte o dall’altra di una via o di un fiume cambia tutto, in cui tutti sanno tutto di tutti e se non lo sanno se lo inventano, be’… penso sia una sensazione comune a molti. Ed è proprio questo l’ambiente che mi interessava esplorare: quello diffuso a macchia d’olio in tutta la Penisola, ma ignorato.

4) La sua famiglia è un po’ sgangherata, ma il rapporto con il nonno la protegge dalle insidie della vita. Cos’è per te la famiglia?

Guarda, rispondo solo perché, arrivati a questo punto dell’intervista, spero che mia mamma abbia già smesso di leggere…

Scherzi a parte, è una domanda difficilissima, soprattutto di questi tempi. Personalmente non ho mai avuto un’alta considerazione della famiglia come istituzione, anzi. Credo che, quando entrano in ballo delle costrizioni (di natura sociale, politica e/o giudiziaria), ci sia sempre il rischio di scivolare in una catastrofe – cose a cui purtroppo assistiamo spesso. Quindi, eliminate tutte le sovrastrutture, rispondo nella maniera più semplice possibile: la famiglia per me è amore. È il rapporto unico, stretto, meraviglioso di persone che decidono di stare insieme perché insieme è tutto più bello, non perché sono in qualche modo vincolate a farlo. Il sangue e la genetica saranno importantissimi, non sono certo io a poter dire il contrario, ma l’imparare a condividere la vita, nonostante le difficoltà e le diversità, per me vale di più. Personalmente adoro la mia famiglia. Siamo pochi, tutto sommato: i miei genitori, due zii, due nonni, una cugina, me e mia sorella insieme ai nostri partner. Ma a darci manforte arrivano gli amici di una vita, i luoghi e le cose che abbiamo vissuto. Ed è così che, quando siamo insieme, mi sembra che diventiamo immensi.

5) Perché spesso si ha così paura di amare la vita come anche un partner?

Anche questa è una domanda difficile. Personalmente ho il problema contrario: mi butto a capofitto nelle cose che mi capitano con il rischio, spesso molto concreto, di sfracellarmi al suolo. E mi capita, oh se mi capita… Eppure per la mia protagonista ho scelto una vita diversa (per quanto si possa scegliere: quando arriva l’ispirazione e un pensiero ti entra in testa, è difficile muoverlo razionalmente verso qualche altra direzione). Elisa ha paura della vita, dell’amore, di lasciarsi andare. Perché? Perché teme di soffrire, e tutto sommato non stare male è più rassicurante che tentare (ma a che prezzo, poi?) di stare bene. C’è una regola universale: più ti esponi, più rischi di stare male. Un amico che ti tradisce, un progetto in cui hai messo l’anima che naufraga, una persona di cui sei pazzamente innamorata che non ti ricambia, una pianta che hai curato per anni che improvvisamente, chissà perché, muore… Sono tutte stilettate al cuore, che fanno un male cane.

Meglio allora non avere amici, progetti, amori, piante e quant’altro? Non lo so. Personalmente tifo per Elisa che, alla fine del libro, decide finalmente di buttarsi. Perché, come pensiamo entrambe, ne vale la pena.

6) È possibile ritrovare nel libro elementi che richiamino un’atmosfera sospesa quasi sognante, da favola?

Credo che gran parte di questa atmosfera sia da deputare alla già citata vita di provincia, che io chiaramente ho molto romanzato. Nell’insieme, è tutta una sorta di contro-sogno: c’è un castello che non è un castello con un fantasma che non è un fantasma, un amore che non è un amore e una famiglia che non è (più) una famiglia… e tutto intorno un mondo fatto di un mercato una volta alla settimana, un supermercato che chiude per pranzo, un comune, un cinema, una biblioteca, una psicologa che vive e opera lontana dal centro del paese perché se no chissà cosa pensa la gente, un cantante iper famoso che decide di onorare le sue origini… Sì, è un universo talmente vero che sembra finto, come quando si guarda un tramonto mozzafiato e si dice: “Sembra un quadro…”. E invece. La realtà a volte è ancora più bella della finzione.

Rosso Parigi di Maureen Gibbon

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Rosso Parigi, romanzo scritto da Maureen Gibbon, è un libro audace che racchiude fra le pagine un amore incondizionato per l’arte e per tutto ciò che è vita in movimento ritratta nelle tele del pittore Manet, avanguardista e padre della corrente artistica dell’Impressionismo.

Sua musa per eccellenza fu Victorine Meurent, model de profession, che posò per lui e fu colei che rappresentò la parte di una prostituta nel quadro celeberrimo Olympia divenuto, insieme alla Colazione sull’erba, uno dei capolavori del pittore e manifesto della corrente artistica che si diffuse in Francia nella seconda metà dell’800 e che per il soggetto nudo ritratto destò all’epoca scalpore.

La scrittrice è riuscita in maniera magistrale a delineare una vita vissuta dietro le quinte facendoci scoprire quali fasi pittoriche venivano messe in pratica dall’artista che doveva raffigurare il soggetto scelto. La sua Olympia ha tratti decisi, sfrontati, indossa un fiore fra i capelli e un nastrino nero intorno al collo e giace nuda sulla dormeuse presente nello studio di Manet. La predilezione per il colore che, come creta nelle mani del pittore prende forma, e la soggettività espressa dal soggetto scelto e che non viene camuffata ma resa evidente a colpi di pennello, sono gli elementi chiave che delineano le caratteristiche dell’Impressionismo e persino l’ausilio della fotografia permetteva all’artista di avere i contorni ben definiti e di riprodurli a piacimento dando libero sfogo alla propria creatività.

Ardito è l’intreccio amoroso che nasce fra una seduta pittorica e l’altra perché il sacro fuoco dell’arte arde nei cuori dei due artisti. Anche Victorine lo era e poteva condividere con Manet la stessa sua passione. Nata da una famiglia dalle umili origini ha saputo riscattare la sua figura di donna e crearsi una sua indipendenza diventando un simbolo dell’emancipazione femminile di fine ‘800. Cosa che invece l’amica del cuore Nise che viene citata a lungo nella prima parte del libro non è mai riuscita a fare.

Irriverente ragazza diciassettenne con le idee chiare e i capelli rossi “ho diciassette anni e non sono uguale a nessun altro” che imparò a vivere grazie alla dura legge della strada “il mio giardino sono state le strade” e con un’ambizione tale da farla diventare prima modella professionale (Degas e Stevens l’ebbero come musa) e poi pittrice di quadri.

Un modello sicuramente positivo di donna che vede sbocciare il suo talento pian piano ed innamorarsi appassionatamente del suo maestro e mentore dal quale imparò i segreti della pittura ed un amore sconfinato mai provato prima.

Amalia di Giorgia Garberoglio

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“Amalia”, libro scritto da Giorgia Garberoglio e pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, è un romanzo d’altri tempi caratterizzato da una profonda dolcezza e da una raffinatezza rara che ti avvolge come se stessi leggendo una storia che ha il sapore antico di epoche che non ritorneranno mai più.

La scrittrice, grazie ad un linguaggio capace di creare una perfetta armonia intersecata fra le parole scelte sapientemente, ha saputo costruire una trama che incanta il lettore e che mantiene quello spirito romantico necessario per poterla apprezzare appieno.

Centrale nella vicenda è il rapporto fra questa nonna e nipote che, anche dopo la morte, sono riuscite a tenersi in contatto perché Amalia, diva del cinema, ha saputo manifestare il suo affetto e comunicare un messaggio celato fra le pagine di un quadernetto che la nipote ritrova per puro caso nella sua camera e nel quale sono stati scritti, sotto forma di diario, pensieri, riflessioni e stati d’animo di un tempo che fu.

L’ambientazione è legata al periodo della Seconda Guerra Mondiale e il primo grande amore vissuto da Amalia funge da protagonista. Durante la lettura di queste pagine così preziose, la nipote riesce a scoprire parte della vita di sua nonna e soprattutto riesce a carpire i segreti della donna che è stata, tanto da fare un parallelismo con la propria vita che ha degli aspetti in comune ed esperienze per alcuni versi simili.

Ne consegue dunque che il racconto che ci viene presentato fa emergere tutta la natura di questo libro delizioso che mostra una purezza d’animo percepibile solo da quei lettori attenti e sensibili che sanno apprezzare la bellezza di pagine scritte con ardore, dedizione e meraviglia.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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Da dove nasce l’esigenza di scrivere un romanzo così intimista?

Non ho scelto consciamente che Amalia fosse un romanzo intimista. Avevo da almeno un anno la sua storia in testa, si è formata parola dopo parola, ed è poi – ad un certo punto – diventata esigenza, ma di essere scritta, soprattutto. Di certo la forma del diario ha caratterizzato una dimensione intimista. E non solo, il libro si apre su chiacchiere tra nonna e nipote, sedute sul letto. Ho voluto che Amalia fosse così, uno spazio di parole e ricordi tra persone che si amano e rispettano e cercano. Un dialogo intenso e profondo, e, indubbiamente, intimo.

La protagonista del libro è Amalia, una donna che ha vissuto intensamente la sua vita tanto da destare ammirazione e stupore. Raccontami la scelta di aver pensato di descrivere una nonna così fuori dal comune, emancipata e libera.

Amalia è una grande attrice, la cui carriera inizia con il Cinema Neorealista. I suoi funerali sono celebrati alla Chiesa degli Artisti di Roma. Mi sono chiesta chi poteva essere veramente Amalia, che storia poteva esserci dietro a interpretazioni straordinarie. Amalia è un personaggio inventato, che si ispira a tanti personaggi veri, e in fondo a nessuno in particolare. La sua straordinarietà mi interessava invece nel suo particolare. Così l’ho immaginata modista, che cuciva abiti. L’ho immaginata in famiglia, o sotto i bombardamenti di Torino. Ho immaginato che dietro ad uno sguardo coraggioso o innamorato o addolorato fissato sullo schermo bianco ci fossero le sue emozioni, una sua storia d’amore, di famiglia e di vita. Volevo inoltre raccontare di una guerra ancora molto vicina, e mi piaceva l’idea che il mio personaggio ne fosse travolta e riuscisse poi a reagire, costruendo qualcosa.

La nipote ritrova dopo la sua morte un quaderno con all’interno le confessioni di Amalia. Quanto è importante affidare alla scrittura i propri sentimenti?

Penso sia importante, ma credo anche che ognuno di noi possa avere diverse forme e modi per esprimere i sentimenti. Si può suonare uno strumento, fare un dipinto, scattare delle foto. Io so solo scrivere, e scrivo da sempre. Ed è la forma di espressione che amo di più. Poi l’idea del diario: non è bellissimo pensare di trovare in casa – magari nascosto da qualche parte – un quaderno che ci racconti una parte della storia di famiglia? Emma ha questa occasione, che le cambierà molto lo sguardo sulla vita.

Noi possiamo solo immaginarlo, ma quanto è stata dura per Amalia rinunciare al suo più grande amore durante la seconda guerra mondiale?

Una bellissima domanda. E’ proprio una delle motivazioni che mi ha spinto ad inventare e raccontare la storia di Amalia. Sono convinta che il primo amore sia un sentimento dalla forza dirompente, e molto simile nelle storie di ognuno di noi. Volevo raccontare il primo amore durante la guerra, nella sua forza, nei suoi limiti. L’amore tra Piero e Amalia si scontra, quasi da subito, con la guerra. E ne caratterizzerà le sorti. Non so se parlere di rinunce, in tempi in cui a fare le scelte erano i bombardamenti o nel caso di Piero la sua vita da partigiano. Più che altro, forse, la potenza della vita sui sogni. Ma questi sogni poi, si sono persi davvero? O il primo amore resta sempre, nonostante tutto, nonostante la vita?

Le vite vissute da nonna e nipote sembrano incrociarsi e la cosa che le accomuna di più è la voglia di vivere un amore totalizzante che crei appartenenza. Credi sia stato così?

Forse più che il senso di appartenenza Amalia e Emma vivono l’amore totalizzante tra incoscienza e sogno. E’ un primo, primissimo amore, in età giovane, giovanissima direi. Con il tempo e la vita che incalza e le porta a scegliere senza la giusta maturità o equilibrio. Con la bellezza di quell’amore – totalizzante appunto – che ti porta quasi a non accorgerti cosa accade attorno. Una lettrice un giorno mi ha fatto notare un dettaglio bellissimo, Amalia e Emma sono donne amate. E’ vero, di amori diversi, ma sempre amate.

Qual era il senso della vita per Amalia e quale insegnamento ha voluto comunicare alla nipote?

Per una serie di coincidenze, nonna e nipote in apparenza condividono delle scelte di vita. Così sembra vedere Amalia, così sembra credere Emma. Nel tempo però Amalia si accorge di aver confuso la sua vita con quella della nipote, di avere forse influito su delle scelte. E si scusa. L’amore di mamma, o di nonna, spesso comporta delle responsabilità educative, Amalia se ne rende conto e ne vede anche i limiti. Il senso della vita è poi molto diverso da ognuno di noi, per Amalia – sicuramente – l’ultima parte della sua storia personale, da attrice, è poi cercare di continuare a raccontare – al cinema o al teatro – la Storia, e la guerra, perché si sentiva addosso la colpa e responsabilità di non averla veramente vissuta, o capita. La memoria, come forma di insegnamento alla vita, quindi è sicuramente centrale, sia nella vita personale di Amalia sia nelle sue scelte di carriera.

Descrivimi con tre aggettivi cos’ha significato per te questo libro.

Facile trovarli, gli aggettivi, difficile però renderli assoluti. Ci provo!!!

Coraggio, perché pur occupandomi di libri di altri da sempre, non avevo mai avuto coraggio di proporre il mio e ho dovuto combattere contro le mie paure per tirarlo fuori dal cassetto.

Intenso, perché è una storia che ha riempito la mia testa, di emozioni, parole e personaggi.

Ricco, ricco di ricordi passati, miei e non miei, ricco di nuovi incontri legati al diventare libro, chi ci ha lavorato con me, chi mi ha presentato, chi mi ha promossa. E ricco di lettori, che spinti appunto dalla pagina intimista, per tornare alla prima domanda, mi scrivono le loro storie. Quindi anche ricche, al plurale. Perché poi il libro è di chi lo legge.