Alla ricerca del tempo ritrovato in una macchina da scrivere

 

vintage typewriter

Canicola estiva, cinguettio di uccellini festanti, profumo d’erba appena tagliata, alberi da frutto carichi di dolcezze, fiori dalle mille sfumature di colore che sbocciano al sentore di una nuova vita, colline verdeggianti intorno e al centro della scena, su un tavolo di legno, lei: una macchina da scrivere.

Non siamo dentro un quadro impressionista, ma dentro la vita che vorrei.

D’altronde cosa serve per realizzare i nostri sogni? Possedere ciò che desideriamo e a me non servirebbe nient’altro se non questo.

Mi sono sempre definita una donna d’altri tempi, una di quelle donne dai valori saldi, con i piedi fra le nuvole, la testa china a buttar giù fiumi e fiumi d’inchiostro e la meraviglia di un cuore forse un po’ troppo sensibile.

Parlare della bellezza insita in una macchina da scrivere non lo trovo per nulla un concetto anacronistico, al contrario direi. La sua bellezza racchiude una poesia senza tempo confinata in uno spazio caratterizzato solo dal perimetro della nostra immaginazione che si dilata a seconda della nostra creatività e prioprio per questo motivo da definire infinita.

Le tastiere digitali non possono paragonarsi al suono armonioso di un ticchetio che frequente scandisce la battute e come per magia, il foglio candido inizia a riempire i suoi spazi vuoti con lettere nere che formano prima parole, poi frasi e poi interi racconti.

Qualche anno fa, in occasione di un trasloco, ho trovato fra scatoloni polverosi una valigetta nera, rigida e pesante. Non sapendo cosa ci fosse all’interno, ho deciso di aprirla e sorpresa delle sorprese, ho trovato una macchina da scrivere. Un’Olivetti originale, rossa e nera, in perfetto stato che ha riempito all’istante il mio cuore di gioia.

L’ho portata nel mio studio, l’ho aperta, mi sono seduta alla scrivania e ne ho ammirato scrupolasamente i dettagli. Poi ho preso un foglio bianco, l’ho ricaricata con dell’inchiostro ed ho iniziato a scrivere. Quell’istante vissuto, impresso nei cassetti della mia memoria, non può essere minimamente paragonato a nessuna delle nuove tecnologie moderne, fredde e sconstanti perché in quel rituale, che prevedeva l’utilizzo dei tasti con un loro volume ben consistente, era racchiusa la bellezza di un momento unico, emozionante ed irripetibile.

Dopo quell’esperienza profondamente sentita, ho capito che la scrittura era per me qualcosa di più di un’azione meccanica, ma era tutta quanta la mia vita.

Adesso quell’oggetto delle meraviglie è custodito e ben riposto in un armadio e so che lo porterò ovunque andrò e magari mi soffermerò a fantasticare e andare a ritroso nel tempo a quando Agatha Christie, immersa nel silenzio della sua stanza, scriveva Assassinio sull’Orient Express animando personaggi mito come Poirot e Miss Marple.

agatha christie

Ed ancora a quando Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice dall’animo guerriero, eroina del nostro tempo, era intenta a dar libero sfogo al suo dolore in Lettera a un bambino mai nato. La immagino bellissima ed elegante nel portamento, con uno sguardo fiero, espressione accigliata, viso tirato, ma con un cuore sensibile ed ostinato, sempre pronta a far pulsare di vita vissuta ogni sillaba del suo racconto.

oriana fallaci

Ecco perché questo nostro tempo non è mai perduto, ma sarà per sempre ritrovato con l’aiuto prezioso di una macchina da scrivere che fissa emozioni, sorride dinanzi ad una dedica d’amore, si commuove se una storia la tocca nel profondo e rivive un ricordo appartenuto magari ai tempi di un passato lontano sempre attuale se custodito nel cuore.

Questo mi ha permesso di innamorarmi ogni giorno di più di quello che vorrei diventasse il mio mestiere. Perché, sapete, il mestiere di scrivere non s’impara. La tecnica si può imparare, la disciplina pure, ma il cuore e la passione no.

A questo proposito dico grazie alla scrittura, che spesso mi ha salvato la vita, e così facendo tengo fra le mani il tempo che non scorre invano, ma rimane impresso in dei caratteri che raccontano la bellezza di ciò che siamo.

E voi cosa ne pensate delle macchine da scrivere? Sono ancora un oggetto da custodire con cura o sono diventate ormai troppo obsolete?

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9 pensieri su “Alla ricerca del tempo ritrovato in una macchina da scrivere

  1. Mammayoga ha detto:

    Leggendo il post ho pensato subito alla differenza tra il pianoforte,i suoi tasti pesati,l’odore del legno, il suo essere “ingombrante”,la sua sonorità sincera, e la tastiera,magari pesata, ma più leggera in tutti i sensi.. Viva la tecnologia per tutto quello che ci permette, ma gli altri appartengono alla poesia

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  2. briciolesparsediunanimaalsole ha detto:

    Da brava donna vintage, non posso che risponderti che no: la macchina da scrivere non è – decisamente -obsoleta! Conserva un fascino particolare… Adusi purtoppo ormai a ritmi spesso forsennati, convulsi, concitati e sincopati, abbiamo smarrito il gusto della lentezza… La scrittura è un rito, ogni volta che ci si pone davanti ad un foglio bianco si dà inizio ad una cerimonia. Ebbene… le cerimonie richiedono tempi, fasi e una preparazione interiore. Personalmente, come ormai saprai, non scrivo mai direttamente al pc bensì prima sul caro vecchio foglio con la mia cara penna ad inchiostro liquido rigorosamente blu! Solo successivamente passo alla battitura. Sarà che anche qui si riflette l amia insicurezza: sono tipa da frequenti ripensamenti dunque ho bisogno di leggere e rileggere ciò che scrivo piuttosto che scrivere di getto e pubblicare… La macchina da scrivere è l’oggetto che sicuramente risponde di più a questo tipo di esigenze. Se si ha fretta non è il caso di utilizzarla: i tasti devono essere pigiati con attenzione perché altrimenti si vanno ad incastrare uno sull’altro – la mia olivetti 35 non è elettronica! -; non ammette vanità: provate a pigiare i tasti con le unghie lunghe… esige essenzialità; ha del rito zen: se si sbaglia a scrivere qualcosa, a meno che non si decida di tenere il foglio pasticciato, bisogna ricominciare daccapo e riscrivere tutto… e ciò non può che intrigare: ha il gusto della sfida con se stessi, con la propria capacità di concentrazione, di sacrificio… Quindi altro che obsoleto: è un oggetto terapeutico!

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    • stefaniamassari84 ha detto:

      Perfettamente in linea con il tuo pensiero! Io la trovo romantica, poetica ed essenziale per trovare, con assoluta calma, la propria ispirazione.
      Anch’io adopero le penne con costanza e mi piace l’idea che se queste nuove diavolerie tecnologiche un giorno dovessero rompersi, penne e macchine da scrivere sono sempre lì a darmi conforto.
      Grazie mille del tuo commento speciale!

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  3. Rondinepink ha detto:

    Io ne conservo una regalatemi dal mio caro nonno quando ero pressoché adolescente ( e scrivevo fiumi di parole…) . E’un bel ricordo ,quasi un cimelio direi. Non l’ho mai usata però , già prendevano campo i pc per cui mi districavo tra penna e word . Convinta della sua inoperosità attuale canto però le lodi della sua operosità negli anni che furono, la tue immagini parlano da sole… Buonanottge Stefy🌙

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  4. chiamamip ha detto:

    Ho ancora una lettera 33 che conservo gelosamente, ma ti confesso che adoro e continuo a usare le penne stilografiche. Il fruscio del pennino sulla carta ruvida accomoagna il flusso di pensieri e li lascia scivolare sul foglio delicatamente.

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