Adua di Igiaba Scego: il romanzo che si porta nel cuore

Non sempre riesco a trovare le parole per raccontare un libro. Ogni recensione è diversa dall’altra. Ogni racconto è una nuova scoperta, un viaggio con storie narrate da personaggi che si portano dietro un bagaglio di emozioni non indifferenti. “Adua”, romanzo scritto da Igiaba Scego, edito dalla casa editrice Giunti, è un libro che si porta nel cuore.

L’ho letto due volte. La prima in maniera alquanto generica. Durante la lettura prendevo familiarità con i personaggi, ne imparavo i nomi a memoria, contestualizzavo la storia in base ai riferimenti geografici che mi erano stati forniti e, man mano che leggevo, mi rendevo conto che questo romanzo andava letto in profondità, con un’attenzione minuziosa e con una certa dose di immedesimazione per entrare dentro la vita dei suoi protagonisti. Ed ecco che la seconda rilettura mi chiariva quegli aspetti che non ero ancora riuscita a cogliere. Finalmente ero entrata nel cuore del libro, potevo camminare insieme ad Adua ed ascoltare ciò che aveva da dirmi.

Nel frattempo, mi lasciavo catturare dalla copertina del libro ed occhi neri, profondi e di una bellezza accecante incrociavano il mio sguardo. Sono occhi, adesso che li guardo, che mostrano un’innata fierezza, hanno un’anima e molto da raccontare.

L’incipit del romanzo inizia con queste parole:Sono Adua, figlia di Zoppe. Oggi ho ritrovato l’atto di proprietà di Laabo dhegah, la nostra casa a Magalo, nella Somalia meridionale….Ora sono in regola. Ora se voglio posso tornare anch’io in Somalia.”

I ricordi della sua infanzia sono quelli più piacevoli e ricchi di amore. Adua era una nomade che viveva in un accampamento immersa all’interno di una natura selvaggia e rigogliosa in armonia con il canto degli elefanti. Quando Zoppe, il suo vero padre, la strappò via da quella vita non le parse vero. Lei non voleva abitare in città, voleva solo correre libera nel vento. Lei non riconosceva in lui la figura paterna e si chiedeva a quel punto chi fosse la sua vera madre. Era figlia di Zoppe e di Asha la Temeraria morta durante il parto. Il suo nome deriva dalla prima vittoria africana contro l’imperialismo, quindi non doveva rinnegare le sue origini, ma esserne fiera. A Magalo, città in cui si trasferì, c’era un piccolo cinema, costruito dai fascisti, nel quale proiettavano pellicole di film che hanno fatto la storia. John Wyne, Gregory Peck, Audrey Hepburn e il mito di quella Roma legata alla dolce vita di Fellini facevano sognare. Adua così, all’età di diciasette anni, costretta a scappare via dal suo paese d’origine, decise di voler fare l’attrice e andare in Italia che rappresentava per tutti la vera libertà. Una volta arrivata lì, girò un film ma non fu quello che si aspettava. Non diventò una grande star del cinema, ma solo una donna dai sogni infranti.

Adua adesso è una donna matura, vive a Roma, ma non smette di sognare il giorno in cui ritornerà nella sua terra natìa nella quale esiste una casa che l’aspetta e lo dimostra un documento ufficiale nel quale c’è scritto che la casa è appartenuta al padre, Mohamed Ali Zoppe, e che quindi è di sua proprietà. Il nome Laabo dhegah, tradotto in italiano, vuol dire due pietre, che secondo la leggenda, avrebbero permesso al padre di costruire un avvenire solido e prospero.

La Somalia in cui far ritorno è la Somalia della pace che nel 1991, anno in cui era scoppiata la guerra civile, vide molti somali fuggire dal proprio paese per cercare rifugio in un’altra terra più ospitale. L’Italia era considerata la terra delle belle speranze, un posto da sogno in cui vivere ed ecco che Adua la sceglie come luogo in cui abitare. Nel momento della narrazione, ella vive ancora a Roma, le piace soprattutto d’estate, ammira la sua luce di sera al tramonto e i gabbiani che volano, ma la Somalia è tutta un’altra cosa. E’ rimasta da sola ormai ed anche l’amica del cuore Lul è ripartita.

Questa scelta comporta dubbi, riapre ferite forse non ancora del tutto rimarginate. Così affida le sue parole ad uno sfogo accorato le quali orecchie che lo ascoltano sono solamente quelle di un elefantino, di marmo, scolpito dal Bernini che regge l’obelisco più piccolo del mondo in piazza Santa Maria sopra Minerva. Questo sfogo sa di parole che risuonano amare. Durante il racconto, ripercorre i momenti d’infanzia, ricorda di essere la figlia di Zoppe, viaggia con la mente alla volta dell’Africa e un misto di sensazioni contrastanti affiorano tra i suoi ricordi.

Ma chi è questo padre di cui parla Adua? Perché il ritratto che si delinea è spesso così carico di parole piene di astio?

Zoppe è il discendente di una famiglia di indovini che lavora come interprete durante il regime dittatoriale fascista. Ogni giorno deve tradurre fiumi di parole, sempre elegante nella sua divisa color cachi. Parla l’arabo, il somalo, il kiswahili e molte altre lingue tra cui l’italiano che gli era stato insegnato dai gesuiti. Roma, città in cui lavora, l’aveva immaginata diversa, come una reggia a cielo aperto. Invece essa lo respinge e i suoi abitanti sono carichi di quest’odio immotivato tanto da denigrarlo con insulti e sputi al suo passaggio. L’unico rimedio che riesce a trovare per le umiliazioni subite quotidianamente è questo isolamento che va ricercando grazie al potere della sua mente. Al suo interno ritrova gli odori perduti della sua infanzia, zenzero candito, cannella prodigiosa, e la sua Somalia. Negli anni Trenta ha persino combattutto per la libertà del suo popolo dal nemico fascista, ma di quel regime ne è poi diventato schiavo.

Ed Adua nei confronti di questo padre che sentimenti nutre?

Lei dice che suo padre “era quello che mi ha messo al mondo o l’uomo che ha ingravidato mia madre o l’essere che mi ha strappato alla vita vera. Mai papà.”  Adesso che è una Vecchia Lira, nome affibiato dai giovani immigrati alle donne della diaspora avvenuta negli anni Settanta, nel bilancio della sua vita inserisce il giudizio di questo padre che per lei è stato solo un uomo. In questo resoconto, racconta anche l’esistenza di un matrimonio con il giovane Titanic sbarcato come tanti immigrati a Lampedusa in attesa di un posto al sole. Lo ha sposato per ricevere quelle attenzioni e quel calore mai avuti e nel frattempo ha dato a questo disperato una casa in cui abitare consapevole che presto se ne andrà.

Adesso che fare? Può ritornare ad essere libera.

La diversità è bellezza mi verrebbe da dire.
E’ confronto, apertura mentale, arricchimento personale e può creare un dialogo fra culture diverse.
La descrizione di Zoppe, umiliato, picchiato, insultato, privato della sua libertà dai suoi carcerieri e venduto come schiavo fa molto riflettere.
All’interno della società odierna, si può parlare d’integrazione e solidarietà o le forme di razzismo persistono ancora in maniera così crudele e meschina?

Questo c’insegna Adua. A non aver paura del diverso e a rispettare il prossimo nei confronti del quale abbiamo soltanto da imparare in nome di una fratellanza che unisce i popoli anzichè dividerli.

Ne saremo veramente capaci?

Buona lettura!

Annunci

2 pensieri su “Adua di Igiaba Scego: il romanzo che si porta nel cuore

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...