Quello che hai amato di Violetta Bellocchio

Ho pensato spesso al modo più adatto per descrivere questo libro e dopo varie riflessioni sono giunta alla conclusione che non esistono parole esatte per raccontare un’emozione. Quindi ho deciso che saranno le mie emozioni a parlare per me ed io metterò a servizio del lettore la mia scrittura per lasciare traccia di ciò che ho sentito.

Ho letto e riletto il libro circa quattro volte perché non si può e non si deve improvvisare quando si entra dentro l’intimo universo altrui, si deve essere prudenti, entrare in punta di piedi, mostrare sensibilità e un rispetto quasi reverenziale per il vissuto di ognuno. L’ho amato follemente e mentre leggevo mi accorgevo che mi scorrevano davanti undici storie d’amore completamente diverse l’una dall’altra.

Curatrice del libro “Quello che hai amato”, edito dalla casa editrice Utet, è Violetta Bellocchio che ha voluto riunire undici scrittrici italiane di talento alle quali è stato chiesto di rispondere ad un’unica domanda e di raccontarsi in prima persona senza filtri nè censura alcuna: “Raccontami quello che hai amato?” una domanda dirompente che al sol sentirla pare rimbombarmi ancora nelle orecchie.

“Bell’azzardo!” dico io e ripenso a quante ne abbiamo passate per amore e il fatto stesso di scriverne in prima persona equivale a svelare la parte più intima e vulnerabile di sè. Ma che non si pensi affatto che si parli solo di amore verso il proprio compagno perché l’amore che qui viene descritto ricopre ogni ambito della sfera umana e riguarda: la famiglia, un luogo che ti appartiene, l’amore per se stessi, la voglia di farcela e credere nei sogni. Quindi l’amore in tutte le sue sfaccettature, molteplici, spesso irriverenti, altre volte più accomodanti, ma sempre sentito. L’amore è il fil rouge di quest’antologia che a mio parere risulta essere un capolavoro.

Perché ci sono storie che ti entrano nelle pelle e tu non puoi farci niente. Ti alzi al mattino e ripensi a ciò che hai letto e a quella sensazione di appartenenza che non ti molla perché il tuo cuore prima e la tua mente poi l’hanno vissuta quasi con la stessa intensità delle protagoniste. Sei diventata donna, porti cicatrici spesso difficili da rimarginare e quasi sempre la causa del tuo dolore è stata l’amore, quello che hai vissuto visceralmente e che ha logorato parte di te o che ti ha fatta rifiorire.

In quest’antologia di racconti, ognuna si può riconoscere tramite un ricordo, un’emozione, un avvenimento, un luogo del cuore e ripensare a quando quel sentimento vissuto catalizzava il proprio mondo passato o è adesso un attuale presente.

Il racconto di Violetta Bellocchio s’intitola “L’ospite non dorme mai” nel quale troviamo Violetta che vede il film The Guest comodamente seduta a casa. Lei non è una di quelle spettatrici che attende buona buona di vedere la fine del film, ma è una donna che agisce, che riesce a vedere attraverso le cose e a carpirne l’essenza. Infatti si ritaglia il suo film privato, ne estrapola alcuni spezzoni, le immagini la fanno sentire protetta più del contatto con gli esseri umani. Il film addirittura rimanda a delle paure ancestrali che poi si trasformano in pensieri ossessivo-compulsivi dalla forza devastante. Si sente altra da sè, rimanda tutto all’esterno di sè e per anni non desidera altro. Cosa fare per riappropriarsi di se stessa? Utilizzare la scrittura come terapia. Adesso lei ce l’ha fatta e può ritornare a sorridere alla vita fiera della donna che è diventata.

“ME 619753”, la targa di una Fiat Panda bianca, la protagonista del racconto è Nadia Terranova, all’epoca una quindicenne alle prese con un’adolescenza traumatica: separazione dei genitori, tossicodipendenza, malattia e morte del padre e tanta voglia di rinascita. La nuova Fiat Panda diventa per lei e per la madre il simbolo del riscatto e il posto delle confidenze dove lasciare tutto il male fuori e godersi la vita a piene mani. Il 2 maggio 2008 la rottamazione e la fase delicata del distacco. Per molti sarà stato un oggetto senza alcun valore, ma per lei ha significato il poter guardare al futuro con fiducia capendo magari che l’abbandono non è poi così doloroso se si portano dentro i ricordi del cuore.

In “Imparare il mio nome in Irlanda” Mari Accardi racconta l’esperienza di quando è partita, da sola, per la prima volta, da Palermo alla volta dell’Irlanda per imparare la lingua e nel frattempo lavorare come ragazza alla pari. Prima di allora un’esperienza da adulta non l’aveva mai affrontata ed era stata sempre all’ombra della cugina che aveva una personalità sicuramente più esuberante della sua. Ma lei è diversa, sensibile a tal punto da spuntarle le bolle per l’emozione. L’impatto con una nuova realtà non è semplice tanto da divorare il cibo per colmare il vuoto che la fa sentire sempre inadeguata. Un giorno anche lei vive il suo momento di gloria. Conall, il bambino a cui lei fa da baby sitter, pronuncia il suo nome prima di dire mamma e lei capisce di essere stata “la prima parola di qualcuno, l’apice del successo”.

Giusi Marchetta in “Acqua” mi ha lasciata interdetta. Affida alla carta le sue emozioni perché è forte e ci si può aggrappare nel momento del bisogno. Narra di un Natale rigido a casa dei nonni siciliani quando si sfogliavano ancora gli album fotografici della famiglia. Fra le tante foto, un uomo vecchio colpisce la sua attenzione, Biagio U’scattiatu (che dalle nostre parti significa pazzo) emigrato in America e che va a lavorare in miniera portando con sè una moglie senza nome, unione frutto di un matrimonio combinato, che lo tradisce rimanendo anche incinta perché vittima della solitudine. Amareggiato ritorna a Messina e incontra lei, l’amore di una vita. Non potendola sposare decide di starle accanto ugualmente ma lei muore dopo aver dato alla luce una femmina e Biagio impazzisce per il troppo dolore. Il suo era un amore di pietra, ma Giusi non crede alla solidità dell’amore perché per lei è semplicemente acqua che scorre.

In “Ventitrè” Carolina Crespi ci fa rivivere un’età in cui tutto era possibile. Si viveva di emozioni, di spensieratezza, si amava senza pensarci come se non ci fosse un domani. Ogni momento era degno di essere ricordato, l’amica del cuore era la tua spalla, i viaggi a Parigi una presa di coscienza e un moto rivoluzionario dell’anima. Ci si sentiva forti, indipendenti, si aveva il mondo in pugno. E adesso i 30 sono diventati per caso gli anni delle responsabilità? Siamo diventati troppo grandi per poter essere felici? Ogni leggerezza risulta bandita e il dolore è sempre di troppo? Io penso che ogni età abbia la sua bellezza da preservare e meriti di essere vissuta con coraggio.

Raffaella R. Ferrè in “Napoli quando devi attraversare la strada” racconta di un periodo della sua vita alquanto particolare. Abitare “labbasc”, laggiù, in una zona emarginata della città di Napoli non è stato semplice, ma lei ne riesce a contemplare solo le meraviglie consapevole che, pur di poter sopravvivere, deve aggrapparsi alle strade dove tutto deve essere guadagnato e i pericoli da affronare sono tantissimi. Un giorno arriva l’amore, che purtroppo si rivela essere solo “possibilità in potenza”, e una delusione lacerante. Sopravvissuta al dolore, le tocca ricominciare e andare avanti soprattutto per se stessa.

“Da Mario Merola a Kendrick Lamar: storia d’amore senza nessuna separazione” in questo racconto Claudia Durastanti ci racconta del suo amore per New York, del rapporto con i suoi famigliari, i ricordi di lei che immaginava un futuro da stilista o da ballerina di tip tap e che arriva per la prima volta a Manhattan all’età di quattro anni. I genitori erano artisti: la madre dipingeva e il padre costruiva galassie con tubi al neon. “Mahnattan è il motivo per cui ho barattato Mario Merola per Lou Reed” afferma lei scoprendo che l’innamoramento può, negli anni, rivelarsi una forma di tradimento perché l’amore per New York si è nel tempo affievolito tanto da preferire a Lou Reed Kendrick Lamar e LA.

Giuliana Altamura in “Tutti i luoghi del mio abbandono” narra di una vicenda comune a tante ragazze che “scappano” dalla vita di provincia per recarsi in questo tanto agognato nord e finalemente impossessarsi dei propri sogni. L’incontro con l’amica Sonia la riporta indietro nel tempo, all’adolescenza, a quella Bari dalla quale era fuggita. Lei rappresenta tutti i luoghi del suo abbandono e lì non sarebbe più ritornata.

Flavia Gasperetti ci presenta “Gioia e Fosco”. Fosco è un depresso cronico, Gioia un’ottimista per natura, in mezzo la frustrazione di un amore malato. Magari un tempo lui non era così, sapeva apprezzare la bellezza della vita, goderne e lei si sentiva attratta da questo amore. Ma alla fine, lei è costretta a salvarsi per rinascere e per riscoprire una donna capace di poter vivere ancora le gioie della vita.

In “Twin Peaks per principianti” Chiara Papaccio narra la vita di un paese di provincia: unico cinema a disposizione, chiuso, le famose “bische” sale da gioco con biliardo e jukebox, un solo negozio di dischi e la sua casa fuori dai cancelli con i passaggi a livello della ferrovia. Un giorno evade per aver subito un’aggressione ai suoi danni e questa Twin Peaks diventa il simbolo della fine di un amore.

“La sugna” mi ha molto colpita. Qui Serena Braida s’interroga su quanto sia professionale nello svolgere il proprio lavoro. Lei scrive. Percepisce di non essere al pari di altri colleghi, tutti un po’ fighetti, perché “scrivere è una cosa animale, amatoriale”, non serve vestirsi con l’abito da sera elegante per sentirsi una scrittrice. Ciò che importa è avere la “sugna” ovvero andare al cuore delle cose e rimanere fedeli a se stessi.

Qui di seguito l’intervista corale che le splendide scrittrici mi hanno gentilmente concesso. In particolare ringrazio Maddalena Cazzaniga perché senza la sua collaborazione non ce l’avrei mai fatta e vi informo che non ho trovato un’immagine che accompagnasse la domanda rivolta a Chiara Papaccio, ma sono sicura che ne apprezzerete ugualmente il contenuto.

Buona lettura!

Per Violetta Bellocchio
1) “Ho sempre amato le immagini più delle persone. Mi fanno sentire al sicuro. C’è molto amore in questa uscita da se stessi.”
La scrittura ha permesso di riappropriarti di te stessa?

Esattamente. La scrittura mi permette di “tornare in me” ogni giorno essere molto più presente a me stessa, senza perdere di vista gli altri.  Da questo punto di vista, la scrittura è davvero l’azione che mi salva, e credo che si senta molto all’interno di quello che scrivo, fiction o nonfiction.
 
Per Nadia Terranova
2) La Fiat Panda bianca era diventata un microcosmo, un posto delle confidenze tra te e tua madre.
Perché carichiamo un oggetto di così tante aspettative da sentirne poi il vuoto quando ce ne priviamo?

Succede così tante volte che diventa un rito: dall’orso grigio riempito di lana da cui non mi separavo da bambina alla gonna nera che conservavo sgualcita e scucita, dalla lattina di birra del primo viaggio a Londra alla penna comprata a Roma in un pomeriggio senza pensieri, per tutti c’è sempre un oggetto di cui sembra che non potrai mai più farne a meno, resisterà ai traslochi, ai cambi di vita, di lavoro, di capelli, quell’oggetto è per sempre, “è un ricordo”, ci stipiamo tutto quello che si può, anche la superstizione, soprattutto quella (di nascosto, ovviamente). Poi succede, tutte le volte. La penna non scrive più, l’orso non lo saluto da un po’, la gonna l’ho regalata, la lattina persino buttata. L’oggetto ha una sua fine precisissima che stabiliamo non appena diciamo che sarà importante per sempre. In quel momento esaurisce la sua funzione, muore un po’. In realtà è lì che comincia il vuoto, al culmine della pienezza. Dire che non ci separeremo mai e poi mai da quella cosa è la prima dolorosa presa di coscienza: siamo già da un’altra parte. Così accadde anche con la Panda, non appena diventò mitica, celebrata (e nello stesso tempo cominciavamo a capire cosa fosse davvero per noi quell’abitacolo), cominciò a svuotarsi, lentamente e inesorabilmente.

Per Mari Accardi
3) Conall pronuncia il tuo nome “Mari” e per la prima volta senti di essere importante per qualcuno.
Quanto pesa sentirsi invisibili?

E’ un essere invisibili a sé stessi, più che altro. Hai paura di come evolverà la tua vita ma allo stesso tempo sei curiosa, e ti senti a metà. L’invisibilità in qualche modo ti protegge, è confortante. Anche essere “visti” e amati da qualcuno, in questo caso da Conall, è una responsabilità, perché ti ricorda che, vuoi o non vuoi, nelle cose ci sei già dentro.


Per Giusi Marchetta
4) L’amore è veramente qualcosa destinato a passare come acqua che scorre?

Mi rendo conto che col passare del tempo il concetto di amore per me si è fatto sempre più complesso. O forse è un’esperienza comune quella che ci porta a declinarlo in modi diversi a seconda del periodo che viviamo. Nel racconto provo a mettere a confronto due tipi di amore: quello solido e duraturo e quello che scorre via come acqua. Entrambi esistono e non so quale sia preferibile; so solo che di recente mi colpisce la letteratura che si volge indietro nel tempo (Ernaux, Ferrante, Strouth, Didion) e, alla fine di una vita vera o di inchiostro, tira le somme sugli amori passati e si chiede che cosa sia rimasto.

Per Carolina Crespi
5) 23 anni la giovinezza, 30 anni la maturità.
Qual è l’età migliore da vivere per una donna?

Mi piace immaginare la crescita come un continuo e antieconomico accatastarsi di esperienze senza traguardo. Più il tempo passa piú l’etá prende spazio, si allarga, diventa qualcosa di sincronico: sono tutti gli anni che ho a ridefinire di continuo la mia identità, non c’è maturazione, c’è conoscenza del bene e del male. E questo credo valga per ogni essere umano, uomo o donna che sia.
 
Per Raffaella R. Ferrè
6) “Non ero ferita a morte, era solo vita, e mi aspettava ancora molta strada da fare.” Quanto brucia in petto una delusione d’amore?

Le delusioni mi hanno sempre dato una sensazione diversa, almeno a livello fisico: di solito mi viene “un’influenza” montata ad hoc come si fa quando si studia per un’interrogazione. Poi io adoro litigare, lo trovo un fatto molto sincero e intimo, spesso un litigio é l’ultima occasione che ha una coppia. A bruciare (in petto, ma anche nello stomaco) é il disinnamoramento: la fine di una storia lascia lo sbalordimento di non riconoscere più il proprio compagno\a e se stessi, l’amarezza di non credere, l’ansia e la paura che fa andare il cuore a mille di essersi sbagliati ancora e di poterlo fare ancora.  

Per Claudia Durastanti
7) “Io ero i libri e New York.”
Ridefiniamo questo tipo di rapporto. Tu sei ancora i libri e New Yok?

Io sono diventata i libri senza New York. Non potrò mai smettere di essere i libri– leggere e scrivere sono le prime attività che associo alla libertà, smettere di farlo la prima circostanza che associo al suicidio– ma ho perso New York  sia come luogo, sia come racconto. Salvo rare eccezioni come Preparation for the next life di Atticus Lish, non c’è un libro recente ambientato nella mia città di origine che sia in grado di ripristinare quella febbre e quell’innamoramento. Forse non è un caso che io abbia smarrito NYC nella vita quando ha iniziato a sfuggirmi anche nei romanzi.
 
 Per Giuliana Altamura
8) La realizzazione delle proprie aspirazioni spesso non coincide con la vita di provincia.
Secondo te di cosa è carente?

Una metropoli offre un certo tipo di stimoli che in provincia possono mancare e che, soprattutto se si ambisce a realizzarsi in ambito culturale, possono essere determinanti sia in un percorso di formazione che di affermazione professionale. Dipende quindi moltissimo dall’indole e dalle aspirazioni personali. Nel mio racconto la necessità di fuga è legata più che altro alla realtà di periferia incarnata dal personaggio di Sonia, una realtà che vivevo con un senso di costrizione e che ha fatto nascere in me con prepotenza il desiderio di scoprire cosa il mondo al di là dei luoghi del mio abbandono potesse avere in serbo per me.

Per Flavia Gasperetti
9) Quello di Gioia e Fosco è un amore malato?

Penso di essere la persona meno adatta a rispondere, perché sono l’autore. In quanto tale, non sono capace di giudicare Gioia e Fosco, e il loro rapporto, o fare delle diagnosi ‘cliniche’.

E forse sono la persona meno indicata per altri motivi, tra i quali la mia incapacità di pronunciarmi sulla malattia di un amore perché non ho la minima idea di cosa sia un amore sano. Mi sembra che l’aspetto della follia a due sia una componente delle relazioni, quelle appaganti, felici e quelle no. Intorno a me, da sempre, vedo coppie i cui componenti finiscono per somigliarsi, persino fisicamente, col passare degli anni (dal fissarsi continuo nascono gemelli, diceva Wislawa Szymborska). Poi ne vedo altre in cui le differenze tra gli individui si estremizzano per effetto del perenne attrito delle volontà. Ammetto che di coppie così mi affascina la testarda, pugnace vitalità. Come se chi ne fa parte stesse gloriosamente resistendo all’azione uniformante della consuetudine amorosa. Ammetto che sotto sotto, apprezzo chi lotta per rimanere se stesso. Ammetto che faccio il tifo per loro, i nevrotici, cocciuti, forse un po’ egoisti e magari anche infelici, malati – malati ma vivi.

Per Chiara Papaccio
10) La tua Twin Peaks è simile a tante altre città d’Italia.
Perché scappare sembra la soluzione ideale?
Per chiarezza: non è la somiglianza con Twin Peaks ad avermi creato angoscia/disagio/voglia di fuggire. Altrimenti non ci sarebbe un posto al mondo nel quale sentirmi “al sicuro”. Piuttosto quel desiderio di scappare è legato al fatto che nel paese che paragono a Twin Peaks (e le cui figure riferisco a quelle del telefilm) si sia svolta un’aggressione ai miei danni alla quale sono poi seguiti altri episodi inquietanti – alcuni li ho accennati, di altri ho taciuto. Quello che ho voluto raccontare è come sia iniziata la fine del rapporto d’amore per quella Twin Peaks in particolare, proprio a seguito di quell’episodio e dei successivi. Sintetizzando: da altri luoghi dove ho abitato, in Italia e all’estero, alcuni nella provincia più profonda e molto “twinpiccosi”, non ho mai avuto voglia di scappare. Quel primato ce l’ha solo la Twin Peaks della quale ho scritto.

Per Serena Braida
11) La “sugna” è andare al cuore delle cose. Per farlo occorre essere liberi.
Tu credi di possederla in riferimento al tuo mestiere di scrittrice?

Credo che la risposta sia da qualche parte nella relazione tra le due affermazioni. Credo che la sugna non sia necessariamente, o esclusivamente, il talento artistico. In un certo senso ognuno possiede la propria. La questione e’ se si e’ disposti, e quanto, a scavare in una materia che repelle l’azione, che si ribella. Cercare la sostanza delle cose e’ innanzitutto fare al massimo delle proprie capacita’. E questo e’ legato all’idea di liberta’ personale, quella percepita e quella oggettiva, e al modo in cui le due si influenzano a vicenda. E alla sospensione del giudizio. Come dire, quando si fa musica si fa musica, non si fa se stessi facendo musica, con tutti i corollari estetici e narcisistici del caso: per usare un’espressione cara a mia madre, quello che e’ in ballo e’ il rispetto per la musica (o la scrittura, ma volendo potenzialmente anche la dichiarazione dei redditi). 
Ho parlato di questo cuore facente perche’, per diversi motivi, ho estrema difficolta’ a sospendere il giudizio e farmi riempire dall’azione, che e’ certo fatta da me e di me, ma anche di altro, piu’ importante. 
La sugna la sto decisamente cercando, la tocco solo raramente; trovarla si avvicina molto alla mia idea di scrittura professionale.

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