Mariti di Valentina Diana

“Mariti o le imperfezioni di Gi” è una tragicommedia che, tramite l’uso sapiente dell’ironia, cerca di spiegare le dinamiche di coppia. Il libro scritto da Valentina Diana, edito dalla casa editrice Einaudi, è spiazzante. Non utilizza luoghi comuni, non è per nulla ovvio e scontato e la trama è perfettamente inserita in un contesto sociale all’interno del quale ogni coppia che vive una storia d’amore può assolutamente riconoscersi.

Quello di Gi e Drina infatti è un amore contemporaneo, ma prima di descrivere la storia di per sè, io mi soffermerei su una strofa iniziale che si trova nella terza pagina del libro dal titolo “Non a mani vuote” che io cito testualmente:

Dopo tante teorie

qualcuno arriva

non a mani vuote.

E da quel momento

tutto il sistema

dev’essere distrutto

e ricostruito,

a partire da quelle mani.

Il senso profondo dell’amore è spiegato in queste poche righe e non esiste un concetto univoco per poterlo definire. Questo sentimento infatti nasce, cresce, a volte si perde per strada, può distruggersi per poi rinascere più forte di prima ed essere ricostruito da mani solide e concrete che riescono a tenerti ben salda e a non lasciarti andare.

Questo è ciò che è successo a Gi e Drina. I due si sono conosciuti durante un campeggio degli scout, poi si sono persi di vista, hanno vissuto due vite separate, ma il ricordo li ha da sempre accompagnati. Drina prima viveva in campagna con il marito Ciro e il figlio Mino, adesso da separata fa due lavori per mantenersi, bidella e attrice in una compagnia teatrale, mentre Gi prima viveva con la moglie, ormai divenuta ex, e fa l’architetto. Galeotto Facebook che funge da Cupido tra i due infatti Drina si fa coraggio e chiede l’amicizia a Gi che immediatamente l’accetta. L’ultima volta che si erano visti avevano ventun anni lei e ventitrè lui ed erano trascorsi parecchi anni da allora. Un passo dopo l’altro ed iniziano a parlarsi su Skype e fiumi di parole svelano particolari intimi delle vite precedenti. Gi ha due figlie, una ex moglie il quale compagno è diventato il suo migliore amico; Drina è stata trascurata dal marito e adesso vive a Spricchio col figlio. Un giorno decidono di vedersi a Milano, Drina diventa “l’innamorata del treno”, determinata ad andare a riprendersi il suo amore Gi mai dimenticato, “un grande amore piegato in tasca come un fazzoletto, non ingiallito, non invecchiato”, appunto il miracolo del fazzoletto.

Dopo vent’anni però le aspettative al primo impatto possono essere deluse. Gi è quasi senza capelli, vecchio, grasso, ma nonostante il cambiamento fisico e fisiologico, Drina sente che i loro colpi sono come “due calamite distanti che si vogliono fare una sorpresa” ed ecco che l’abbraccio è immediato. Durante la passeggiata per le vie di Milano, mani strette ma corpi per nulla rilassati eppure si percepisce una felicità adrenalica tenuta viva da quelle mani che non smettono di stringersi ancora più forti di prima per paura di perdersi un’altra volta ed ecco che “l’amore è una specie di sentimento che lega due o più persone come un filo che è tuo”.

La prima volta che Gi arriva a Spricchio quel bacio ritrovato è bello e puro come solo i primi baci possono essere. Dopo mesi di frequentazione, decidono di sposarsi. Drina è però impaurita “dall’idea delle cose che quando diventano vere si prendono addosso tutti i pericoli della realtà e diventano fragilissime e rischiano di sparire e di rovinarsi”, Gi invece è più ottimista ed insegna a Drina che le cose belle possono accadere e rimanere nel tempo perché un lieto fine può ancora esistere.

Si sposano ed inizia la loro vita matrimoniale insieme. Drina, osservando Gi, pensa che “un marito in sè non è niente, può essere un acchiappa-polvere, una rivoluzione, dipende da come lo guardi” e Gi bè come tanti mariti è alquanto imperfetto. A lui piace stare in macchina, da solo, soprattutto quando ha delle preoccupazioni che lo assillano (soldi la maggior parte delle volte). Ha con l’auto un rapporto quasi morboso, riversa nel bagagliaio buste per evitare di pagare le scadenze arrivate, è pigro e non vuole lavorare. Lei invece si rintana nel suo letargo quando non vuole più discutere, ha un figlio con il quale il dialogo è carente e spesso è lontana da casa per via della tournée teatrale. Nonostante le reciproche imperfezioni, quando Drina ha “la betoniera in testa” Gi inizia a raccontare storie che la rasserenano e le impediscono di pensare. Gi infatti la salva dal buio e funge da ancora di salvezza.

-“Dovunque andiamo siamo sempre noi”- Gi ripete a Drina.

Questo determina la stabilità di una coppia.

Il percorso della vita, si sa, è spesso tortuoso, comporta scelte, rinunce, dolori, abbandoni, ma anche gioie improvvise. Si cade e ci si rialza per guardare al futuro con la voglia di farcela ancora una volta ed insieme il peso si divide a metà. Come per magia le reciproche imperfezioni si superano, diventano amorevoli difetti e si cerca di ricostruire quella vita che senti finalmente essere tua. Non sarà facile affrontare una sconfitta, perdere il viso fra le lacrime quando ci si sente in preda allo sconforto, ma ritrovare la forza perduta e il coraggio di non abbattersi è possibile soprattutto quando l’altra metà del tuo cuore è lì per te pronta a sorreggerti sempre.

In quel preciso istante si capisce quanto la forza dell’amore possa trasformare ogni cosa e allora la vita in due non si accomuna più ad un fallimento o si riduce all’incapacità di amare, ma ci si ricrede capendo che il vero amore è ancora esistente e non importa l’età, un corpo che non appare più snello e in forma o i capelli che hanno cambiato colore perché la sensibilità di un cuore puro e innamorato può tutto di fronte alla precarietà del vivere quotidiano.

Questo è l’insegnamento che possiamo trarre da “Mariti”: dammi la tua mano, stringila forte alla mia e proseguiamo insieme lungo il cammino della vita.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

 

 

1) Iniziamo dalla copertina: un’aspirapolvere su fondo blu. Un oggetto che solitamente si associa alle donne, luogo comune forse ormai superato. Sotto il titolo, spiazzante, “Mariti o le imperfezioni di Gi”.
Perché questa scelta?

L’idea di questa copertina non è mia, ma ad un certo punto, guardandola, ho pensato: l’aspirapolvere ha il compito di aspirare, di liberare le cose dalla polvere che si è depositata. Quindi è un oggetto un po’ magico, in grado di far tornare indietro il tempo, a prima che quella polvere si depositasse, o qualcosa del genere. Una copertina deve generare immaginari, associazioni mentali, in me le ha generate, quindi, ho pensato, è una buona copertina.


2) Gi e Drina sono l’esempio vivente di una coppia contemporanea. Vivono di concretezza ma cercano di accudirsi vicendevolmente in nome di un amore che hanno scelto di condividere dopo anni di silenzio.
Quanto costa rimettersi in gioco? 
E non rimettersi in gioco?

3) In questo amore però, al di là del senso pratico, ho trovato della poesia che mi ha fatta commuovere.
“Un grande amore piegato in tasca come un fazzoletto, non ingiallito, non invecchiato” il miracolo del fazzoletto come lo definisci tu.
Il vero amore può resistere quindi alla lontananza nonostante negli anni si siano attraversate delle esperienze di vita fallimentari?
Il “miracolo del fazzoletto” è tutta nella testa di Drina. In realtà comincia ad esistere nel momento in cui lei lo immagina. L’amore è fatto di creazione, di sogno, e di fede nel sogno. Senza illusione, senza miracoli, l’amore è come un film proiettato con la luce accesa. Accade che i due protagonisti, ad un certo punto della loro vita, re-incontrandosi, decidano appunto, di spegnere la luce, di guardare il romantico film della loro vita, che fino a quel momento era scorso invisibile, per la troppa luce.

4) “Gi mi salva dal buio” così afferma Drina quando ha la “betoniera in testa” che le impedisce di prendere sonno. Allora lui inizia a raccontare storie di notte e lei si addormenta.
Questo per me riassume il concetto dell’amore solido e stabile. Ci si sostiene a vicenda soprattutto nei momenti più difficili.
Secondo te è così?
Sì. Credo sia soprattutto nel tentativo, in quell’atto di dedicarsi all’altro, nel fare qualcosa per strapparlo al buio, in quella forma di dedizione, da qualche parte, sta l’amore.

5) Gi non è perfetto. Nasconde le buste da pagare nel bagagliaio, non lavora e vive un po’ alla giornata. Drina è più ancorata alla realtà, ha il timore di non farcela a vivere un futuro degno e svolge due lavori.
Credi che quando non ci sia condivisione di intenti è perché in realtà il dialogo all’interno di una coppia è carente?
Condividere gli intenti è sicuramente una bella cosa, ma noi siamo esseri umani, non siamo macchine, a volte seguiamo impulsi, agiamo in modo non sempre logico, non sempre “efficiente”, agiamo come possiamo, come siamo capaci, perché siamo appunto umani. Credo che una coppia funzioni finché, al suo interno, è vitale, dialogo o non dialogo, condivisione o non condivisione, non c’è una ricetta. 

6) Drina va in letargo quando vuole isolarsi e rimanere con se stessa. Gi trascorre del tempo in auto e ritrova la sua dimensione più intima. 
Credi che in una coppia sia fondamentale ritagliarsi i propri spazi?
Beh, sì. Immagina una coppia che non si molla un attimo, che condivide tutto, che si dice tutto quello che pensa e non si separa mai. Potrebbe essere un buon plot per un film horror.

7) Attualità: “Siamo poveri di una povertà contemporanea” ci si rivolge al Compro oro in tempi di crisi. In questo caso cosa rende stabile un rapporto minato dalla precarietà del vivere quotidiano?
L’ostinata capacità di immaginarsi un lieto fine, e di continuare ad immaginarselo, nonostante la realtà sembri fare di tutto per cancellartelo dagli occhi.
8) Quanto amore hai messo nello scrivere “Mariti” ?
Ventun grammi?

9) Possiamo definire il libro come una tragicommedia brillante nella quale l’utilizzo dell’ironia è fondamentale per esorcizzare molte paure e dove è presente un’analisi sociologica delle dinamiche di coppia che fa riflettere? 
Io non sarei mai stata capace di questa definizione, ma ora che la leggi, beh, direi che sì, gli calza a pennello.

 

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