La Resistenza del maschio di Elisabetta Bucciarelli

Il Maschio mi guarda con i suoi occhi blu. Non ha un’espressione fiera, sembra più che altro smarrito. Dal luccicore delle sue iridi sembra scorgersi una certa inquietudine mista a maliconia. Le sue labbra dischiuse sembrano voler comunicare qualcosa, un accenno di frase, un discorso interrotto che vorrebbe riprendere, ma in realtà è fisso, immobile, muto, quasi inespressivo, assente. L’unica sua dote è la Resistenza, radicata, profonda, viscerale. Una Resistenza che si potrebbe definire destabilizzante. Non di certo per lui, ma per chi gli gravita attorno.

La copertina del libro “La Resistenza del maschio”, libro scritto da Elisabetta Bucciarelli, edito dalla casa editrice NNE, è già di per sè una dichiarazione d’intenti nella quale si comunica tutto quello che si leggerà tra le pagine del libro. Basta saper leggere tra le righe e riuscire ad andare in profondità perché per poterne cogliere il senso più intimo, bisogna essere dotati di un’unica dote: la sensibilità. Quella qualità speciale dell’anima che ti fa scorgere le vibrazioni più sottili, che ti fa apprezzare la poesia presente nei dettagli, che ti fa percepire la bellezza circostante e che spesso ti fa soffrire perché contro le ingiustizie e le prevaricazioni della vita ti senti impotente, ma meravigliosa lo è ugualmente.

Ed Elisabetta Bucciarelli sensibile lo è, eccome, tant’è vero che il libro inizia con una dedica ai lettori poetica, avvolgente, romantica.

“Questo libro è per chi è innamorato dell’azzurro che non si riesce a toccare, per chi ama soffermarsi nei luoghi di transito e nei foyer dei teatri, per chi disegna tutto quello che vede e per chi non riesce a regalare canzoni per paura di perderle.”

Per poi procedere con delle citazioni famose fra le quali una mi colpisce in maniera particolare:

“L’Anima (scritta con la lettera maiuscola) si sceglie il proprio compagno. Poi – chiude la Porta [ … ]

Emily Dickinson, una delle mie poetesse preferite.

Ciò vuol dire che, nonostante alla luce di una realtà evidente, il cuore bendato sceglie di chi innamorarsi sempre e comunque. Così accade all’interno del libro. L’amore spessa vacilla, sta in equilibrio su un filo di seta, ti strappa di dosso quelle certezze che credevi di aver conquistato e ti lascia immobile, senza alcuna possibilità di reagire almeno in apparenza.

L’Uomo, che non ha un identificativo ben preciso ovvero non viene chiamato per nome, quindi può essere il protagonista della mia, della tua, della sua, della nostra o della vostra storia, gira in auto a notte fonda ed elenca, per rimanere sveglio, tutte le torri presenti nella città di Milano e le loro misure. Perso nel suo divagare, all’improvviso scorge un’auto che sbanda e si schianta contro un palo della luce. Nel frattempo, una donna che ha assistito alla scena è testimone dell’incidente ed urla a squarciagola. La donna che guidava ha perso conoscenza sbattendo la testa contro il parabrezza e viene portata d’urgenza all’ospedale e dopo che la polizia ha fatto i controlli del caso, l’Uomo si rimette in macchina e ricomincia a contare per restare sveglio.

Successivamente, la scena muta: una sala d’attesa e tre donne sedute ad aspettare il dottore. Il suo ritardo viene preso come pretesto per aprire un dibattito curioso sul genere maschile. Silvia “vive sola e monologa spesso”; Chiara, minuta e più giovane di Silvia, ascolta e tiene fra le mani una penna stilografica e Marta, fisico statuario, è la più adulta delle tre.

La conversazione comincia quando Chiara vuol sapere quali dottori siano presenti nello studio e Marta risponde che vi sono un dermatologo, un ginecologo e uno psicologo.

“Tutti uomini?” domanda Silvia. “Tutti maschi.” risponde Chiara.

Ci sarà davvero una differenza sostanziale fra uomo e maschio oppure sono solo due sinonimi aventi lo stesso significato?

Si parla di figli, di relazioni mancate, di app per flirtare con più persone alla volta, di tradimenti, di donne che subiscono ed altre che si ribellano, di corteggiamenti mancati e di perdita del senso della coppia. Ciò che si evince è una nuova figura di uomo che resiste e che non sa assumersi le proprie responsabilità.

L’Uomo intanto torna a casa. La Moglie sbraita perché torna sempre tardi, ma lui rimane imperterrito nella sua posizione ed oppone il suo silenzio assente al caos inascoltato che si scatena in lei. Lui non vuole perdere l’autocontrollo, si è esercitato per anni nella capacità di allontanare il conflitto e ciò che desidera è spostare totalmente l’attenzione su di sè, ma adesso lei non vuole più. L’Uomo non vuole avere figli, si sente già completo così. Lei si lacera dentro perché sente un innato, forse, desiderio di maternità e invece deve reprimerlo per colpa sua. La Moglie ha quarant’anni, si sente pronta, lui invece no, resiste ed ha bisogno di ritrovare ordine e compostezza nel piano prestabilito della sua vita perché “c’è una geometria in ogni circostanza della vita. E ogni esistenza ha una sua forma geometrica”. Questo privilegio lui non vuole perderlo infatti misura ogni cosa “per trovare il suo posto nello spazio”.

E per una donna lo spazio si riesce a trovare? Anzi per la propria donna, moglie, compagna il posto l’Uomo riesce a trovarlo? Ascolta i suoi bisogni? O è accecato dal suo profondo egoismo?

Il pensiero lo tormenta, non abbastanza sfiancato dalla condizione familiare che vive in casa, vuole conoscere a tutti i costi le condizioni della donna rimasta ferita durante l’incidente. La donna sta bene, il peggio è passato, ma fra di loro inizia uno scambio di messaggi che fa intendere una possibilità. Per lui un’evasione, per lei la possibilità di ricominciare.

Il desiderio di avere un figlio è talmente forte che la Moglie fa trovare dei complementi d’arredo infantile in casa. Questa volta si tratta di un box. Si illude certo, vorrebbe fargli cambiare idea, ma lui non cede e pensa di non voler sottrarre spazio alla casa ma anzi di creare una sala cinema piuttosto che la cameretta per il bambino. Anche se con lei distante pensa che magari un figlio potrebbe anche farlo.

Le donne in sala d’attesa intanto analizzano la società attuale. Ormai tutti si separano. Perché?

Terapia di coppia. La Moglie accusa il Marito di non volere un figlio, lui deve sempre spiegare, è razionale e non sente mai niente. Certo è un professore, ma sembra anaffettivo. Non ha senso paterno ma dice di amare la Moglie. Semplicemente non vuole accudire nessuno.

“Siamo una poesia sbagliata” dice la Moglie ignara del fatto che il Marito stia organizzando in segreto appuntamenti con Effe, la donna che ha soccorso.

Marta, così si chiama la moglie del Maschio, infine lo lascia perché lui non abbandona nessuno e nel frattempo decide di fare un figlio da sola.

Con l’altra “troppa realtà fa male, rovina il mistero. Non vuole obblighi, solo piacere, non vuole farsi più carico di nessuno.”
e questa pseudo-relazione si consuma così senza un degno finale.

Il ritmo è concitato, il passaggio da una scena all’altra è cadenzato dal battito del mio cuore che accelera durante gli improvvisi cambi di scena e mentre leggo mi chiedo: “Cosa si nasconde nella sua mente? Perché si comporta così? Un trauma, indole, carattere? Quante di voi, donne, hanno avuto a che fare con l’Uomo che resiste? Quante s’identificano con questa storia?” e poi penso: “Se il mio compagno dice di amarmi perché il coronamento del nostro amore non dovrebbe essere quello di fare un figlio? Cosa lo turba? Perché resiste? Io forse non sono abbastanza?”

Le risposte rimangono insolute perché forse una logica non c’è, ma una donna che ama e soffre queste domande se le pone.

Io ho letto questo libro in un solo giorno, tutto d’un fiato, e più scorrevo le pagine e più mi sentivo chiamata in causa. Ero solidale con tutte le donne che avevano vissuto questo dramma e pensavo che vivere una relazione così deve essere sfiancante. L’altra cosa che ho pensato è che questo libro parla a tutte noi e perché se l’Uomo dice di amarci non riesce ad ascoltare i nostri bisogni più intimi? E m’immaginavo seduta accanto a Silvia, a Chiara, a Marta e a tutte quelle donne che chiedevano aiuto come se tutte insieme ci fossimo trovate in una seduta di gruppo: ognuna apriva il suo cuore analizzando le elucubrazioni che produceva la mente.

Lui si basta, ecco qual è il motivo. Non ci vuole perché sogna di progettare una famiglia, ci vuole perché nell’assenza di una donna ritrova quelle mancanze di cui magari ha sofferto in passato non capendo che la donna che lui crede di aver scelto non è la sua balia, ma la compagna per la vita che per stargli accanto non deve subire e stare lì in silenzio, ma deve poter esprimere ciò che sente sperando che venga condiviso.

Allora mi domando: “Che senso ha stare insieme?”

La distanza uccide e c’è una frase detta da Toni Servillo, grandissimo attore, che dice: “Meglio stare soli che soli in due.” Quando poi il dialogo è carente, quando non sei disposto a tendere l’orecchio al cuore della propria compagna ti senti lacerare dentro ed ecco che la donna reagisce e se ne va portandosi dietro la sua anima in pezzi, ma la sua forza sta proprio nella sua reazione. Lei non resiste nè subisce ma agisce per salvarsi e forse per salvarlo da se stesso.

Questo c’insegna la “Resistenza del Maschio”, con un linguaggio semplice, diretto ma mai banale, anzi profondamente introspettivo e sensibile: a lasciare andare l’uomo che si ama quando costui oppone una certa resistenza perché noi non desideriamo un uomo che resiste, ma desideriamo un uomo che ci sia sempre e quando questo non è possibile meglio rimanere da sole e nutrire l’amore verso se stesse.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

1) Partiamo dalla copertina: il volto ritratto di un uomo.
Chi ha scelto questo soggetto e perché?

La resistenza del maschio ha un volto in copertina. È un quadro dell’artista canadese Andrew Salgado, il ritratto di un uomo che guarda negli occhi lettrici e lettori. Un maschio segnato, percosso dall’esistenza, toccato dalle mani, le cui labbra morbide e socchiuse sembrano un richiamo. Ha lo sguardo trasparente, non è cattivo, nemmeno violento. Guarda e aspetta. Esibisce la sua fragilità e la sua bellezza. Chiede di essere guardato e possibilmente anche di essere visto per quello che è. All’inizio volevo un altro ritratto, dove il maschio sembrava più sicuro, chiuso nel suo castello ma risolto. Invece credo che questa scelta, presa insieme a Chicca Dubini, l’editrice di NNE, sia perfetta. Aggiunge un pezzetto di narrazione, non si limita a illustrare il già detto.

2) L’Uomo, protagonista del libro, è un essere solitario per natura troppo ancorato alle sue abitudini?
Tu lo definisci infatti “un monaco di stanchezza”.

L’Uomo ha deciso che l’unico punto fermo della vita è il suo lavoro, la sua ricerca di misure, distanze, modelli ripetibili. È spaventato, deluso, ferito dalle esperienze di relazione che ha vissuto. Si è dovuto sempre prendere cura di qualcuno e ancora, probabilmente, non ha terminato di farlo. Una madre abbandonata da un padre inconsistente, il quale gli ha lasciato in eredità l’imperativo del verbo restare e la paura di soffrire.
L’Uomo risponde alle richieste fino al momento in cui non può fare altro che mutare il punto di vista. L’imprevisto è una donna la cui vita intera inizia con una “negazione”: non chiede nulla, non è libera da vincoli, non entra volontariamente nel suo prezioso spazio esistenziale, non s’impone. Sarà lei a indurre il cambiamento. Con lei il maschio è un monaco perché sfugge alla consumazione veloce di rapporti e sentimenti aspirando a una forma sentimentale diversa, più simile alla devozione che all’amore terreno. La sua non azione dipende da una forma di “stanchezza psicologica”, meglio sarebbe dire che l’Uomo è esausto, ogni energia vitale gli serve per il lavoro e la sopravvivenza.

3) Silvia, Marta e Chiara, tre donne in sala d’attesa che parlano di uomini, un classico.
Ciò che ci spinge a farlo, secondo te, è uno spirito di sorellanza tutta al femminile o il bisogno di un decisivo confronto sulle esperienze vissute?

Siamo abituate da sempre a parlare di noi, a confrontarci, a utilizzare ironia e sarcasmo soprattutto quando l’argomento sono gli uomini. Siamo anche capaci di essere feroci. Silvia, Marta e Chiara rappresentano tre frammenti di donne che conosciamo bene. Non siamo nessuna di loro, eppure, a volte, qualche battuta, opinione, o sguardo sul mondo risuona anche in noi. La parola chiave del dialogo all’intero della sala d’attesa è “dipendenza”. Non da modelli femminili precostituiti ma dagli uomini. Che siano i padri, i fratelli, i figli, i compagni, i mariti o il pubblico maschile in generale. O contro di loro, o con loro. O vicini o lontani. C’è sempre una distanza che ci separa e ci lega agli uomini. Le tre donne parlano di questo ed è il motivo per cui leggendole, potrebbe capitarci di provare fastidio. La debolezza, ogni forma di dipendenza lo è, procura sempre un fastidio.

4) Uomini vs Maschi: qual è la differenza?

Maschio è una definizione, non amo le definizioni. Il Maschio del mio libro resiste alle definizioni. Uomo rimanda a un momento adulto della vita, ma riguarda anche la terra. È dalla terra che dobbiamo ripartire. Dai piccoli gesti.

5) “Il desiderio, nel bene e nel male, si alimenta di assenze, lui lo sa.”
Perché l’Uomo non ama prendersi le sue responsabilità? Perché difende a tutti i costi questa sua “Resistenza”?

L’Uomo è pieno di responsabilità, capire se stesso, per esempio. Amare la propria moglie. Portare avanti la sua ricerca nel lavoro. Assicurarsi che la donna dell’incidente stia bene. Instillare la passione del sapere nei suoi allievi all’università. Non vuole obblighi che non presuppongano un desiderio. E vuole capire quali siano davvero i suoi desideri e quali quelli imposti dalle convenzioni. La riproduzione per lui, non dipende dall’amore, non deve per forza passare dalla vita di coppia.
Il vero momento di crisi è quando incontra Effe. Lei è ciò che lui davvero desidera, ma a questo punto l’Uomo è confuso e non sa più se le sue azioni di sempre, il suo movimento caotico, sia ciò che è giusto fare. Non sa come dirigersi verso di lei. Si percepisce inadeguato, teorico, limitato. Teme il rifiuto, la fine e l’abbandono. Lo stesso che suo padre ha fatto subire alla madre. Siamo tutti prigionieri di immagini primitive e tutti cerchiamo un risarcimento a un danno. A volte lo cerchiamo anche per gli altri e non solo per noi e perdiamo per sempre ciò che è davvero importante.

6) “Più misure possiedi più sei in grado di governare il caos e identificare un ordine.”
Sentire un’emozione e non riuscire a gestirla equivale a non vivere.
E’ questo ciò che fa l’Uomo cioè ha bisogno di razionalizzare sempre pur di non avere sconvolgimenti nella sua vita?

L’ansia di controllo spinge l’Uomo a misurare. È un teorico dello spazio, lo ha studiato, crede di poterlo dominare. È terrorizzato che qualcuno gli sottragga questa sicurezza. La sua libido è negli applausi, pubblici (a buon mercato) e privati (più difficili da ottenere), sentirsi dire che è bravo lo fa sentire vivo.
La sua paura è mostrarsi debole. È terrorizzato dal giudizio. L’Uomo teme di perdere il controllo e sa, perché ne è stato spettatore, che esistono emozioni capaci di sovvertire un intero sistema di certezze.

7) “Il tradimento è una roba vecchia, una noia” dice Silvia. Eppure app, flirt consumati in chat dimostrano il contrario.
Assistiamo a un’evoluzione dei costumi? A un “Cannibalismo dei sentimenti”?

Silvia è molto saggia e attribuisce poca importanza al tradimento. È una questione noiosa per lei, antica, frutto di un retaggio di convenzioni e modelli da smontare. Lo pensa perché sa che gli uomini e le donne tradiscono. Questo non significa accettare il tradimento ma pretendere onestà e chiarezza. È una donna capace di aggiustare, tenere insieme, avere cura. Sa che non possiamo sprecare niente perché il tempo non è dalla nostra parte. È ferita, delusa, ma ancora vitale. Vuole stare bene a tutti i costi, prendendo dalla vita quello che le piace. Rimane spiazzata di fronte a un uomo che resiste perché ne vede il forte limite legato alla speranza e alle aspettative. Rivede in lui i suoi passaggi di giovane donna. Considera il tempo della “resistenza del maschio” tempo perso.
Abbiamo il terrore di stare da soli e nello stesso tempo di venire abbandonati. Perciò evitiamo di desiderare, rischiare, abbandonarci all’altro.

8) E l’amore dov’è finito? Perché una donna è costretta a fare un figlio da sola?

Emme è innamorato di Effe. È convinto di aver trovato il grande amore della sua vita. La desidera, pensa a lei in modo ricorsivo, non la dimentica mai. Fantastica una forma di amore simile alla devozione. Vuole farla stare bene. È terrorizzato dal desiderio che prova per lei. Non riesce a sfiorarla e nemmeno a baciarla. Non può immaginare che dalla sua bocca si produca un “no”. Allora gioca in difesa, sta tra i pali di una porta e manda avanti la sua squadra di certezze. Pensa di poter controllare il gioco, tenendo la partita aperta all’infinito. È convinto di saper vedere e prevedere, ma non sa nulla del tempo. Prova a dominare il desiderio per evitare (come direbbe Barthes) di dominare Effe. Appena sente che dipende da lei, stacca, si allontana. Con lei farebbe un figlio, perché è il figlio immaginato. Emme cerca una strada differente, che non esaurisca e non svilisca la profondità di ciò che sente per Effe.

Le donne non dovrebbero sentirsi “costrette a fare i figli da sole”. Ho qualche dubbio sull’esistenza del “senso materno”, credo sia un’altra delle leggende umane che consideriamo verità assolute.
L’amore di una coppia (maschio femmina, femmina femmina, maschio maschio o altro che non conosco ancora) prescinde dalla nascita dei figli, di questo invece sono sicura.

 

 

 

 

 

 

 

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