Siamo liberi di Elena Sacco

Cosa ci rimane dopo aver letto “Siamo liberi”?

Io proprio non lo saprei definire a parole perché non so quanto le emozioni possano essere traducibili a parole. Il libro, scritto da Elena Sacco, edito dalla casa editrice Chiarelettere, è un’esperienza sensoriale senza pari. E’ più di un diario di bordo nel quale sono stati annotati eventi, sentimenti ed emozioni ed è più di un semplice manuale per appassionati viaggiatori.

Ma cosa vuol dire effettivamente l’espressione “esperienza sensoriale”?

Siamo tutti consapevoli di avere cinque sensi ma non so fino a che punto li percepiamo come nostri alleati. Ebbene, quando si vive un’esperienza sensoriale tra le pagine di un libro si schiude un mondo immaginario che non pensavamo di poter scoprire e tutto viene filtrato dai nostri sensi che acuiscono il nostro vissuto regalandoci dei momenti indimenticabili.

Questo è quello che è successo a me mentre leggevo “Siamo liberi”.

E’ un diario verità nel quale i protagonisti hanno davvero vissuto ciò che hanno raccontato. In particolare, Elena, la scrittrice, ha voluto condensare nel suo libro un viaggio in barca lungo ben sette anni e l’avventura del ritorno.

Il libro si apre con il “Prologo Il giorno della paura”. Quel sentimento che da tutti noi viene vissuto con timore e che ci rende spesso schiavi di noi stessi. Non capendo in realtà che la paura è solo l’avvisaglia di un pericolo che a noi appare evidente, ma che poi una volta sconfitta si trasforma in coraggio. La paura di Elena è rivolta verso l’ignoto perché siamo esseri umani con la mania del controllo e senza punti di riferimento saldi ci smarriamo facilmente, ma Elena insieme al compagno Claus decide di intraprendere un nuovo percorso di vita che farà mollare loro le certezze acquisite in precedenza in nome di un’avventura dai contorni tutt’altro che definiti.

La decisione presa ha molte probabilità di rischio perché si lascia dietro un presente certo e solido, per rincorrere forse una chimera, la speranza di una vita possibile fuori dalla caotica Milano che soffoca ogni aspettativa e annebia le menti. E’ l’anno 1995 quando la loro agenzia di pubblicità già ben avviata viene chiusa e loro decidono di compiere il lungo viaggio con il “Viking”, l’imbarcazione scelta da Claus. Nel 1996 viene effettuato il viaggio di prova che viene accompagnato da una notizia inattesa: Elena aspetta un bambino, Claus diventerà padre e Nicole avrà un fratellino.

Durante il viaggio, ogni sensazione viene amplificata e si evidenziano degli aspetti che nella terra ferma sicuramente non sarebbero mai emersi, infatti il mare spesso viene vissuto come un estraneo, fa paura, ma altre volte lo si ammira e si percepisce come “brilla di limpida innocenza”. Il viaggio di prova risulta abbastanza difficile da sostenere perché in barca ci si deve arrangiare, si deve saper far tutto, ci si deve improvvisare meccanici, elettricisti, falegnami e la capacità di adattamento dev’essere immediata. Ad un certo punto del loro viaggio, Elena dà alla luce il bambino che si chiamerà Jonathan, come il gabbiano e porterà il vento della libertà.

Ma dopo il parto come farà Elena a tenere un neonato a bordo? Chi penserà all’istruzione di Nicole? Questo è il viaggio di Elena o il viaggio di Claus?

Elena se lo chiede spesso perché la voglia di cambiamento entra in conflitto con tanti fattori diversi fra i quali l’analisi della propria coscienza che deve fare i conti con l’accettazione o negazione di una parte di sè ed ecco che dopo un’accurata riflessione, Elena capisce di voler essere la protagonista di questo cambiamento e non l’ombra che si annida dietro le spalle forti del suo compagno Claus.

In barca, si cerca di svolgere una vita cadenzata da ritmi regolari: pasti secondo orari precisi, cibi freschi, igiene e istruzione sono elementi fondamentali. Tant’è vero che Elena è diventata una perfetta barcalinga, una casalinga a vela, che svolge le sue mansioni con precisione e si prende cura della sua famiglia con dedizione e cura.

Nel 1997 si parte per la Traversata atlantica. La nausea è il nemico peggiore da combattere e gli imprevisti sono sempre all’ordine del giorno. Mille dubbi assalgono la mente e il pensiero si arresta sul fatto se sia stato giusto lasciar tutto per inseguire un desiderio di libertà forse non troppo ponderato e sicuramente istintivo. E i figli sono state le vittime sacrificali dell’egoismo dei genitori oppure quest’avventura segnerà positivamente la loro crescita?

Poi quando ci si ritrova vicini e si vede il cielo costellato da stelle lontanissime che sembrano “abat-jour accesi sulle nostre anime” si capisce che la bellezza del creato non ha eguali, forse si è fatta la scelta più giusta e adesso non fa più così paura.

Le isole caraibiche sembrano “un filo di perle, una collana che va dal Venezuela alla Florida.” Cuba viene definita come un’isola in apparenza felice dove “la libertà si compra” e l’allegria non si perde mai e poi ancora il giro in barca prosegue verso la Florida, Panama e le Galapagos caratterizzati da paesaggi mozzafiato, ma il paradiso vero lo si raggiunge quando si lambiscono le coste della Polinesia nella quale si inizia ad apprezzare la bellezza che si cela nei minimi dettagli che diventa poesia: l’arcobaleno di luna è un’esperienza sensoriale che lascia tutti incantati.

Nel 2003 un cambio di rotta: Elena ritorna a casa insieme ai suoi figli. Si prospetta un nuovo inizio: l’inserimento dei bambini a scuola, trovare un lavoro, una casa dove abitare e sensi di colpa da tenere a bada. Milano è un’ostentazione del lusso e si avverte la precarietà dei rapporti umani. Da sola Elena deve affrontare tutto questo. Infatti il vero viaggio è il ritorno verso casa e la resilienza è l’unica dote da mettere in atto per poter trasformare in opportunità tutto ciò che non va. In questo consiste il suo cambiamento e decidere di essere se stessi è una dura lotta che si deve affrontare per poter vivere la propria vita.

Con un linguaggio chiaro, conciso, diretto ed ironico la scrittrice mostra le sue fragilità di donna. Una donna che non teme il confronto, che affronta il cambiamento in maniera inconsapevole prima e che acquisisce le sue certezze poi strada facendo. Spesso la sua sensibilità la porta a sentirsi incompresa, inascoltata, forse da un compagno distratto o è lei che ha creato delle barriere fra sè e il mondo per non sentirsi più così vulnerabile? Eppure dietro alle sue insicurezze, si cela una donna speciale che ha compiuto una grande impresa che non consiste solo in una traversata in barca in mezzo all’oceano, ma l’impresa epica l’ha compiuta nei riguardi di se stessa quando ha iniziato a capire che da sola poteva farcela. Sarebbe stata dura certo, avrebbe dovuto sviluppare delle capacità emotive ben salde per affrontare il quotidiano o essere una spalla consolatoria per i suoi figli, ma l’avventura che ha vissuto l’ha abituata a far fronte ad ogni imprevisto. Ecco che Elena, la donna e non la scrittrice, è riuscita a trasformare la paura in coraggio e per questo motivo è da considerarsi una donna straordinaria.

“La paura è una nebbia di ignoranza che acceca e quando scopriamo di possedere altri quattro sensi perfettamente funzionanti, uniti all’intelletto, possiamo ben dire di aver scoperto il coraggio.”

In questa frase è racchiuso il senso del viaggio. In questa frase è racchiuso il senso di “Siamo liberi”.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

1) Sette anni in barca e l’avventura del ritorno.
Mi colpisce soprattutto l’accento che si pone sulla parola ritorno.
Il ritorno è stato più avventuroso del viaggio in sé?

Non direi più-o meno-avventuroso. Sono state avventure profondamente diverse, entrambe faticose e al contempo ricche di scoperte, come qualunque avventura è ( se è davvero un’avventura, che di per sè è un percorso verso l’ignoto). Decidere di partire, e poi farlo davvero, è stato parte stessa dell’avventura, ma è stata affrontata con la consapevolezza che si andava “verso” un altrove. Il ritorno invece mi ha vista in un altrove che io credevo fosse noto. E invece dopo tanti anni, quegli anni in particolare e cioè dal 2003 al 2013, sono stati anni di cambiamento significativo per l’Italia e per il mondo in generale: la crisi annunciata è diventata reale, si è assistito a un arretramento cosmico dei livelli di ottimismo per il futuro, anzi…diciamo che la crisi più profonda è la sensazione generale che il Futuro non si possa più immaginare. Il mio ritorno è coinciso con tutto questo. Straniera a casa mia. Immigrata nel paese in cui sono nata, cresciuta e maturata.

2) Dopo aver affrontato traversate in barca, conosciuto popoli stranieri e aver sperimentato ogni forma di emozione, chi è Elena adesso e che rapporto ha con il cambiamento?

Ho un rapporto bellissimo perché conosco i meccanismi di base e so lasciarmi andare al caso, che sa sconvolgere qualunque situazione, meglio della migliore delle strategie. E tutto questo anche se, di base, ad ogni cambiamento “trattengo il respiro”, come tutti. Perché ho una paura folle che blocca le emozioni e il ragionamento su come uscirne. Ma proprio perché conosco le “mie” dinamiche e so che senza ossigeno il cervello non funziona… riprendo a respirare, accolgo la paura anzichè negarla e faccio quello che mi fa tanta paura fare. Tanto va sempre così: se apro le braccia al cambiamento ho la possibilità che mi abbracci. Se oppongo resistenza mi travolge e questa è una certezza.

3) Ripensi al tuo viaggio e dici :” Il mio posto del cuore è…?”

Rangiroa, un atollo delle Tuamotu, nella Polinesia Francese, un luogo che ho nel cuore e che più sì è avvicinato al mio immaginario di paradiso. E non tanto per il paesaggio in sè, per la vita che ti esplode negli occhi e nel cuore anche a 20 cm di profondità cristallina. Ma, soprattutto, per l’energia che si sente fortissima. Mi sono sentita al centro del mondo, all’origine doveva essere tutto così. Quando misi piede a Rangiroa per la prima volta scoppiai a piangere per il contrasto emozionale. Mi sono sentita davvero piccola, e allo stesso tempo immensamente parte dell’Universo.

4) Scegli tre aggettivi che possano descrivere l’emozione di questo viaggio.
Consapevole, aperta, stupita.

5) Secondo te possiamo definire oggettivamente il concetto di libertà oppure è qualcosa di puramente soggettivo?

Assolutamente soggettivo. La libertà, per come la vedo io, ci concede solo di scegliere di essere liberi: ognuno a modo suo. Mi sento libera quando scelgo con dovizia e attenzione ma allo stesso tempo apro la mente alla possibilità che il caso intervenga in mio favore. Decidere e sapere di non decidere proprio niente per me è libertà da una prigione mentale che ci vorrebbe controllori di tutto, quando non lo siamo di niente. E questo è confortante.

6) Grazie a questo viaggio hai imparato nuove cose. In particolare a scorgere la bellezza che si cela dietro ogni dettaglio.

Perché viviamo in un mondo distratto?

Perché abbiamo perso la fiducia nel nostro buonsenso, nella consapevolezza che il compito/dovere di essere felici non può essere delegato a nessuno. E invece, in un mondo strutturato sulla delega ci abituiamo alla distrazione: è tutto più facile quando è qualcun altro a dirti cosa è bello o brutto, cosa merita attenzione e tutela e cosa può essere trascurato. E inevitabilmente andiamo verso l’infelicità omologata.

7) Tu e la “Balena Milano” siete nuovamente entrate in sintonia?

È inevitabile, se decidi di vivere a Milano, entrare in sintonia con la sua morsa. Ma amo questa città, nel bene e nel male. Non riesco a vederla come Moby Dick: per me è, e sarà sempre, la balena di Pinocchio: mi ingoia ma mi fa crescere. E mi trasporta là dove voglio andare.

8) La prossima avventura quando?
Sono sempre nell’avventura. Lo siamo tutti. Solo che non ce ne rendiamo conto. Vivere la normalità facendola diventare anche solo per 10 minuti al giorno una straordinaria normalità è molto, molto avventuroso. Basta crederci e… accorgersi di quando questo accade. A me accade.

 

 

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