Lost in translation di Ella Frances Sanders tradotto da Ilaria Piperno

Lost-in-translation

Tengo tra le mani “Lost in translation” e rimango colpita dalla singolarità di questo libriccino dalle dimensioni ridotte ma assolutamente compatto. Ne osservo i particolari accurati, mi perdo in questo cielo stellato di giallo vestito e noto, raffigurato al centro della copertina, un uomo dai lineamenti stilizzati che indica presubimilmente una via. La via è quella di Marcos y Marcos e conduce ad una sola strada possibile: quella della lettura condivisa. Allora decido di lasciarmi guidare ed inizio a sfogliare le pagine di questo libro dove all’interno trovo parole provenienti da ogni parte del mondo, per di più intraducibili, poco comprensibili e non di uso comune.

L’introduzione del libro “Lost in translation”, edito dalla casa editrice Marcos y Marcos, scritto da Ella Frances Sanders e tradotto da Ilaria Piperno, pone a noi lettori un quesito: “Come spiegare l’intraducibile?”

L’intraducibile è qualcosa che non può essere facilmente tradotto. E’ un aggettivo che può essere associato alle emozioni che spesso diventano intraducibili, proprio come le parole, perché non riusciamo a coglierne il senso nè tantomeno a spiegarlo. Il nesso fra le due cose c’è ovvero parole ed emozioni sono strettamente correlate e quando vogliamo verbalizzare un’emozione cerchiamo in ogni modo di trovare i termini più adatti per poterla esprimere e condividerla magari con la persona che ci sta ascoltando.

La scelta di queste cinquanta parole, tra aggettivi, sostantivi ed avverbi, è servita per esplicare al meglio questa funzione e la selezione non è assolutamente casuale, ma è scaturita da un profondo studio ed amore per la ricerca che ha permesso all’autrice di riuscire a cogliere il senso profondo di un’emozione e ad esprimerla tramite il linguaggio verbale.

Quante volte ci è capitato di non riuscire a trovare le parole giuste in certe occasioni speciali o quante volte, spesso goffi e maldestri, ci siamo trovati dentro ad una situazione imbarazzante che avremmo voluto evitare e quante volte abbiamo provato sentimenti puri che ci hanno aperto il cuore, ma meravigliati siamo rimasti in silenzio senza proferir parola?

Tante, tantissime volte.

Ed ecco che Ella ci viene in soccorso accompagnando i vocaboli con delle immagini da lei illustrate che sono un tripudio di bellezza e di spumeggianti colori; inoltre la traduttrice Ilaria Piperno ha tradotto con estrema sensibilità e delicatezza il particolare che l’autrice è riuscita a cogliere lasciandoci ammaliati e stupiti da questo abile esercizio letterario. Ogni definizione infatti assume i contorni velati dei colori pastello per utilizzare una metafora ed in questa tavolazza di colori trovano la loro giusta collocazione le parole che diventano una poesia sia per gli occhi che per l’anima.

Le parole che più ho amato le ho selezionate seguendo solo un metro di giudizio: il cuore e da esso mi sono lasciata trasportare. A voi lascio libera interpretazione.

gezelig

Gezellig: aggettivo, olandese.

ti am

Tiam: sostantivo, farsi.

kilig

Kilig: sostantivo, tagalog.

komo

Komorebi: sostantivo, giapponese.

Infiniti universi linguistici che si disvelano al nostro passaggio. Comodamente seduti in poltrona possiamo passeggiare tra le vie del mondo e sentirci a casa. Perché non serve essere connazionali o avere un diverso colore di pelle, l’importante è che le parole riescano ad unire facendoci sentire tutti quanti fratelli, soprattutto quelle parole che racchiudono emozioni sincere che toccano la nostra sensibilità.

Questo è “Lost in translation”: un viaggio alla scoperta della nostra anima nel quale le emozioni provate possono essere espresse a parole ed abbracciare l’intera umanità.

Di seguito l’intervista che la traduttrice Ilaria Piperno mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

piperno

1) Come può essere definito “Lost in Translation” ?

Credo che la definizione migliore sia il sottotitolo stesso: cinquanta parole intraducibili dal mondo. Definisce i concetti centrali del libro: parole, intraducibilità, incontro fra culture diverse.

2) Il mestiere di traduttore può definirsi a volte ostico, ma di certo appassionante. Dare il giusto significato ad una parola straniera non è semplice soprattutto se vuole esprimere un’emozione o un concetto ben preciso. Ci sono dei criteri oggettivi da seguire per poter fare una buona traduzione oppure l’interpretazione soggettiva può fungere da faro guida?

Il rapporto oggettività/soggettività dell’interpretazione è uno dei temi cruciali del dibattito intorno alle diverse teorie della traduzione, i Translation studies. Riuscire a rispondere a questa domanda vorrebbe dire dare una risposta univoca a ciò che vuol dire tradurre, cosa che è a mio avviso impossibile. Personalmente credo che il lavoro del traduttore consista in entrambe le cose: essere molto rigorosi in relazione a vincoli oggettivi che esistono ma anche attingere all’interpretazione e all’intuito personale.

3) L’uso del colore e delle illustrazioni rivestono un ruolo centrale. Secondo te, un’immagine riesce a comunicare più del linguaggio verbale?

Quando ho letto per la prima volta “Lost in Translation” nell’edizione originale americana sono stata conquistata dalle illustrazioni tanto quanto dalle parole. Ella F. Sanders, l’autrice, ha diverse volte sottolineato l’importanza delle immagini nel suo libro, che lei ha concepito come se dovessero esprimere le parole autonomamente, come se si trattasse di una “traduzione intersemiotica”, volendo usare una definizione tecnica: parole tradotte in immagini. Per rispondere alla tua domanda, direi che non si tratta di più o meno, ma di comunicare lo stesso ma in modo diverso.

4) Credo che molti ti avranno fatto questa domanda. Perché non è stata inserita nessuna parola in lingua italiana? È stata una scelta mirata dell’autrice o è un puro caso?

(Eppure trovo la nostra lingua molto musicale ed armoniosa, ma è un parere puramente soggettivo.)

Sì, è una curiosità legittima che molti hanno avuto! E sì, anche a mio avviso l’italiano è una lingua molto musicale. L’edizione originale americana, che ho proposto in traduzione a Marcos y Marcos, conteneva una parola italiana, “commuovere”. In accordo con la casa editrice, però, è stato scelto di eliminarla e il motivo è che non ci sembrava rappresentativa della nostra lingua in relazione al concetto di intraducibilità. Inoltre il testo definiva questo verbo nell’accezione riflessiva di “commuoversi”, che è presente anche in altre lingue, quindi abbiamo deciso di “epurare” l’edizione italiana di questa parola.

5) Tre aggettivi per descrivere questo libro.

Divertente, emozionante, sorprendente.

6) La parola che più hai amato tradurre e perché?

Ho amato tradurre tutte le parole presenti nel libro, sono sincera. Ho però una parola preferita, a cui mi sono legata particolarmente. Forse è una delle poche già note, ma la trovo commovente: è la parola “ubuntu”, presente nel nguni bantu . Il concetto espresso da “ubuntu” è stato spesso usato da Nelson Mandela nel corso della sua vita, è una parola complessa e così profonda, che a mio parere dovrebbe illuminarci quotidianamente. Grazie alla disponibilità dell’editore, ho potuto inserire un paio di righe in fondo al libro per una dedica personale: ho dedicato questa parola a mia madre e a sua sorella, perché dopo aver letto la definizione di “ubuntu” mi sono accorta che, per quanto inconsapevolmente, l’essenza della loro vita è stata questa. E questa è anche la magia del libro: trovare una parola di una lingua lontana che esprime qualcosa che hai vissuto dall’altro lato del pianeta.

7) Ci sarà in seguito un secondo volumetto di “Lost in Translation” più ricco di vocaboli?

A me piacerebbe raccogliere tutti i concetti, emozioni, esperienze che le persone hanno voluto condividere durante le presentazioni del libro o su Twitter: situazioni e sensazioni che proviamo ma per le quali non esiste una parola. Per ora è solo un mio desiderio, chissà! E poi so che Ella sta lavorando a un altro libro, vedremo…

 

 

 

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