Elogio della nudità di Anna Meldolesi

Parlare di nudità, ai giorni nostri, sembra quasi che non faccia più scandalo perché siamo continuamente assaliti da immagini che propongono corpi esibiti o siamo totalmente sommersi da input espliciti che spesso vanno al di là della decenza e del buon gusto.
Verrebbe da chiedersi infatti se la nudità sia da considerarsi un valore o meglio se si possa annoverare tra i valori legati alla persona e quindi debba essere rispettato.
Questo è un tema che è stato fortemente dibattuto e del quale se ne occupano ancora oggi esperti e professionisti del settore che hanno approfondito ed analizzato il tema da diverse angolazioni non riuscendo a trovare una conclusione univoca.
C’è da dire però che l’argomento “nudità” resta affascinante, accende il confronto ed alimenta un dibattito vivace sul quale ognuno può essere chiamato ad esprimersi.

“Elogio della nudità” edito dalla casa editrice Bompiani e scritto dalla giornalista Anna Meldolesi, è un saggio che riesce a stimolare la curiosità del lettore percorrendo un viaggio evoluzionistico che parte dagli albori della civiltà per giungere fino ai giorni nostri.
In questo excursus storico, antropologico, filosofico e sociologico, si diramano sei storie vere che possono essere viste come delle tappe che hanno segnato l’evoluzione dei costumi e delle abitudini sociali e nonostante ogni aspetto sia stato studiato seguendo un approccio scientifico, vi è una parte legata alla nostra sfera emozionale che ridefinisce l’argomento e che ci induce ad analizzarlo anche da un punto di vista soggettivo.

Le sei storie, collocate in un tempo e in uno spazio ben preciso, riescono ad unire queste due componenti, l’oggettività e la soggettività, e man mano che si procede con la lettura del libro si possono porre degli interrogativi che molto spesso hanno a che fare con la morale.
La domanda sorge spontanea:
“Perché ci si spoglia?”
Le risposte sono molteplici: per piacere, per piacersi, per puro esibizionismo, per costrizione, per abitudine, per ribellione….
E non c’è, come si può notare, una risposta che racchiuda un comune sentire perché ognuno è libero di esporre il proprio punto di vista.

A questo proposito, la giornalista cerca di far chiarezza su questo argomento alquanto controverso ed inizia a ricercarne le cause introducendoci nel mondo di Lucy, l’ominide fossile che, vissuta 3,2 milioni di anni fa, era ricoperta di pelliccia e camminava nuda senza avere la minima concezione di cosa fosse il pudore o cosa volesse dire provare vergogna, per poi giungere negli anni ’70 e fare la conoscenza di Lise Wittrock, ragazza di Copenaghen, che fu arrestata per aver passeggiato in shorts, in Sicilia durante una vacanza estiva. In seguito, ci viene presentata Eva Erzigova, che negli anni ’90  era una delle top model più pagate al mondo e che faceva del suo corpo un uso strumentale posando svestita per varie campagne pubblicitarie riuscendo a catturare l’attenzione del pubblico. Il corpo diventa persino strumento provocatorio e di rivoluzione per opporsi ad un sistema dittatoriale ( le Femen) oppure grazie a Dita Von Teese, esso è diventato un business perché il burlesque viene considerato un’arte. Infine Anthony Weiner, deputato democratico americano, per la sua mania dei selfie erotici è stato smascherato creando scandalo.

Storie eterogenee dunque dove è presente un comune denominatore: il corpo esibito. Un corpo che a seconda dell’uso che se ne fa può divenire un oggetto e tocca a noi donne riscattarci da questa definizione alquanto maschilista e retrograda che ci è stata affibbiata. Allora mi domando: “Quando la donna può essere definita una donna-oggetto?”
Perché molto spesso è proprio la donna che lo sfrutta in maniera del tutto consapevole creando ad esempio un impero economico come nel caso di modelle e attrici oppure il corpo di una donna può essere considerato oggetto a prescindere solo perché si indossa un capo d’abbigliamento più succinto che mostra delle rotondità?
Credo che in questo caso la malizia sia legata sempre agli occhi di chi guarda. Anche perché entrano in gioco dei fattori che riguardano la cultura di appartenenza, la mentalità e la visione che si ha del mondo.
I fotografi, ad esempio, ritengono che un corpo nudo sia arte e ne celebrano ogni dettaglio.
Allora quando subentra il senso del pudore? Quando dobbiamo vergognarci o provare imbarazzo?
La nudità è un concetto puramente soggettivo perché ci si può sentire nudi anche vestiti solo perché un nostro amico ha saputo cogliere la delicatezza del nostro animo capendoci nel profondo eppure eravamo completamente vestiti.
Elogio della nudità fa riflettere e c’insegna a capire che il confine fra interiorità ed esteriorità è molto labile, che la prospettiva muta a seconda del nostro punto di osservazione e che mostrare il proprio corpo dev’essere il frutto di una scelta consapevole.

Qui di seguito l’intervista che la giornalista mi ha gentilmente concesso!

Buona lettura!

1) Elogio della nudità. Un titolo che desta curiosità nel lettore.
Come mai hai scelto di affrontare un tema così fortemente dibattuto?

Ho notato un cortocircuito in alcuni fatti di cronaca, in particolare i due topless di cui hanno scritto i giornali il 20 maggio 2013. In prima pagina c’era quello “ribelle” di Amina che ha suscitato pensosi commenti da parte di firme autorevoli, nelle pagine interne  quello “commerciale” della modella esposta in vetrina in una profumeria di Pisa, su cui ritenne di doversi esprimere (negativamente) il ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza. Due seni possono suscitare reazioni tanto diverse? Un seno è sempre un seno oppure no? Mi è venuta voglia di approfondire le cause profonde delle contraddizioni che tutti noi abbiamo nel nostro rapporto con la nudità, cause che hanno origini sia biologiche che culturali. E’ divertente prendere un argomento su cui esistono schieramenti netti (esibizione del corpo uguale libertà, esibizione del corpo uguale reificazione) e mischiare le carte, perché la realtà molto spesso è più complicata di un sì o di un no. E questo vale tanto più per un tema come la nudità, che ha a che fare con forze potenti come la sessualità e la vergogna.

2) Perché c’è un’ostentazione continua del corpo? Sfrontatezza o mancata accettazione di sé?

Credo che la nudità non sia una ma tante. Ci si può spogliare e mostrare per molti motivi, in modo più o meno banale o intelligente, oltre che più o meno gradevole. Può esserci una componente di narcisismo, di conformismo, ma anche una spinta alla liberazione del corpo e altre cose ancora. I media rispecchiano i gusti della gente e al tempo stesso li influenzano. La nudità commerciale funziona, perché viaggia su un’autostrada percettiva nel nostro cervello. Se vediamo una sfilza di immagini, una delle quali mostra un corpo nudo, ci ricordiamo quella meglio delle altre. Ma il fatto interessante è che pur essendo circondati da immagini di nudo, ogni tanto succede che un nudo apparentemente simile a tanti che abbiamo già visto crei scandalo. Segno che la nudità continua a renderci nervosi; anche se l’accettazione della nudità è cresciuta nel corso della storia e le occasioni in cui è lecito mostrarsi senza vestiti sono più numerose che in passato, non si tratta di un fenomeno che ha un andamento lineare e facilmente prevedibile.

3) Esiste ancora “l’emozione del disvelamento”?

Credo che né i vestiti né il nudo siano erotici come concetti statici e assoluti, è il movimento tra una condizione e l’altra a esserlo. Il nudo però non coincide necessariamente con l’assenza di mistero, la nudità può essere indossata e la grande potenza espressiva del corpo è testimoniata dal lavoro di grandi fotografi come Newton e Ritts. Certo se il nudo è ovunque può manifestarsi una tendenza in senso contrario. Lo abbiamo visto con Playboy, che sta cercando nuove modalità espressive rispetto al nudo esplicito. Lo stesso calendario Pirelli nel 2016 ha scelto molti scatti vestiti. Ma il bello del rivestirsi è che questo poi consente di rispogliarsi. L’essere vestiti non è solo il contrario dell’essere nudi, è anche il presupposto su cui si basa, per contrasto, la potenza della nudità.

4) “Pudore: quest’emozione è un’invenzione biologica e culturale.”
Ciò presuppone che il senso del pudore sia quasi il frutto della nostra mente e non un istinto naturale. È così?

Il pudore è un’emozione che ha una componente sia biologica che culturale. Nasce insieme all’invenzione dei vestiti, perché solo quando i nostri antenati hanno iniziato a vestirsi (circa 170mila anni fa, secondo una stima scientifica) hanno scoperto le due facce della medaglia dello spogliarsi, il brivido della trasgressione e il senso del pudore. La stessa linea di demarcazione tra natura e cultura è molto porosa, la natura dell’uomo in fondo è di essere una specie culturale. Il pudore nasce dalla necessità di essere accettati in un gruppo sociale, ma il senso del pudore è cambiato nel tempo. Oggi nessuno denuncerebbe più una ragazza che passeggia in shorts come è accaduto a Lise Wittrok a Palermo all’inizio degli anni ‘70, ma molti commenterebbero se le stanno bene o male, se avrebbe fatto meglio a vestirsi diversamente. Mentre il giudizio morale si è attenuato, si è fatto più pressante il giudizio estetico. Oltre al dilagare del nudo esiste anche il fenomeno opposto: alcuni psicologi sostengono che i giovani di oggi si vergognino di più rispetto ai loro genitori, probabilmente perché si confrontano con standard estetici molto elevati.

5) Se dovessimo definire la nudità in termini puramente soggettivi come la definiresti?

La definizione più bella che ho trovato è quella per cui “la nudità è uno stato dell’animo e dello sguardo”. E’ una condizione innegabilmente materiale ma al tempo stesso estremamente volatile e soggettiva, perché la sua valenza dipende da chi si spoglia come quando dove e da chi guarda. E’ sempre un gioco a due.

6) “La liberalizzazione della morale non coincide con la liberazione del corpo.” Cerchiamo di approfondire questo concetto soffermandoci su questi due termini: liberalizzazione e liberazione.

Negli ultimi 50 anni sono venute meno molte restrizioni, la sessualità e l’esibizione del corpo sono sempre meno un affare dei pretori, ma il nudismo in Italia continua a trovare ostacoli, l’allattamento in pubblico non è accettato da tutti, quando siamo in spiaggia seguiamo quasi tutti delle regole non scritte su come spogliarci per apparire disinvolti ma non esibizionisti e su come guardare chi si spoglia in modo da apparire moderni ma non morbosi. La maggior parte di noi non vive la gioia descritta da quella mistica indiana che per descrivere la nudità ha usato un’espressione bellissima: indossare il cielo.

7) I mass media che ruolo occupano? Siamo diventati uno strumento nelle loro mani oppure siamo noi a strumentalizzare loro?

A questa domanda ho già risposto prima.

8) Il corpo utilizzato come forma di protesta (le Femen).
Siamo anche noi donne che contribuiamo ad alimentare il “mito della donna-oggetto”?

Le donne guardano le altre donne misurandone l’avvenenza, spesso in modo più severo degli uomini, oltre a  giudicarne il comportamento, il modo di vestire, il grado di libertà sessuale. Credo che il successo in termini di clic delle periodiche photogallery su star e starlette, mostrate con o senza trucco, photoshoppate o senza photoshop, in forma o fuori forma, con la cellulite o tanto magre da essere definite “anoressiche”, sia la dimostrazione più plateale di quanto le donne si reifichino tra loro. Non credo invece che lo spogliarsi delle Femen abbia questo difetto d’origine: hanno iniziato a manifestare in topless per caso, poi hanno continuato perché attirava i media, ma hanno trovato un modo di farlo che non è seduttivo né compiacente, anzi è aggressivo e può risultare persino fastidioso. Tutto il contrario della nudità alla Belen.

9) Con Dita Von Teese il nudo diventa arte e business.
Finalmente “libere di mostrare una sessualità attiva”?

Dita coltiva un immaginario erotico nostalgico, in cui l’uomo desidera e la donna è desiderata. Rivendica la libertà di non dover apparire per forza come una donna liberata. Queste fantasie retrò funzionano perché nel frattempo siamo diventate abbastanza libere da giocare con gli stereotipi. Essere soggetti che si divertono a fare gli oggetti è un lusso che possiamo permetterci proprio perché viviamo in un mondo post-femminista. Altre artiste del burlesque interpretano l’arte dello spogliarsi in modi più o meno ironici, più o meno trasgressivi. E’ interessante che la storia del burlesque sia stata popolata sin dalle origini, nella seconda metà dell’800, da donne anticonvenzionali, decise ad avere una carriera fuori dalle mura domestiche, e che non si limitavano a mostrare le gambe ma prendevano in giro gli uomini ribaltando le norme sociali.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...