Ruggine di Anna Luisa Pignatelli

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“Le temperie del sentimento e la canicola della passione…subentra presto la sofferenza di non saper districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino. La diffidenza, il pudore e il senso di essere diversi…diversi dall’invasore o dall’amico che viene a trovarci.”

Così Gesualdo Bufalino descriveva la sua Sicilia in “Le cento Sicilie”, non una ma cento, anzi molteplici Sicilie ed ognuna con le sue caratteristiche tipiche di una terra da amare e a volte da odiare.
Ciò che colpisce dell’estratto da me scelto è la somiglianza di sentimenti e di ambientazione descritti in “Ruggine”, romanzo edito dalla casa editrice Fazi e magistralmente scritto da Anna Luisa Pignatelli.

Quella di Ruggine, o meglio dire di Gina la protagonista del libro, non è una storia come ne vengono raccontate tante, ma è quel tipo di narrazione che lascia il lettore vagare in un tempo sospeso e condensato in un microcosmo fatto di abitudini e di gesti ripetuti e radicati nella terra di un paesino di provincia, Montici, che ha parecchie similitudini con la vita lenta e a volte amara che scorre nella terra di Sicilia.
Solitudine, rammarico, pettegolezzo becero, esclusione, diffidenza, senso di estraneità, pregiudizio che marchia come se quelle colpe fossero state commesse realmente, tutto questo umano sentire è racchiuso in “Ruggine”.

Osservo Gina da lontano, in disparte, e ne seguo i suoi movimenti. In questo momento non sono più una comune lettrice, ma divento spettatrice della sua vita perché c’è qualcosa in lei che ha rapito il mio cuore.
E lei è lì, una sopravvissuta, piegata su stessa, con una schiena dolorante portatrice di un peso, che quasi si percepisce fisico, di una vita crudele e lacerata da dolori impronunciabili.

“Per  Gina  su  questa  terra  non  c’erano  che  il  bene  e  il male,  che  si  affrontavano  ogni  giorno  in  una  lotta  all’ultimo  sangue,  e  uno  doveva  decidere  da  che  parte  stare.”

Affezionata oramai a quella casa nella quale vive da anni, anche se in affitto, suole compiere le sue mansioni quotidiane quasi come fossero un rito e quando si affaccia davanti al caminetto si domanda “quale fosse stato il filo conduttore che l’aveva guidata nella sua esistenza” come se per certe creature di Dio esistesse un’altra vita fatta solamente di lotta, sudore e sacrificio.
Eppure la limpidezza del suo animo, benché intaccato da un dolore sordo e persistente, non smette mai di aver voglia di vivere perché attratta dalle meraviglie del mondo è solita “alzare gli occhi al cielo e seguire le nuvoleper sentirsi libera.

Se ne sta tutto il tempo da sola, legge i volti dei suoi compaesani e prova un senso di disgusto per quel vivere nell’ipocrisia e per quello “spiare da dietro le persiane come le comari”. Solo un gatto, sbucato chissà da dove non vuole più staccarsi da lei ed è intenzionato a farle compagnia. Così diventano Ferro e Ruggine, due amici inseparabili come i grandi maestri della pittura, Matisse, Klimt o Renoir, dimostrano di aver vissuto perché l’amicizia che si instaura con un animale è viscerale, pura e sincera e soprattutto è scevra da qualsiasi forma di pregiudizio.

Ma non è solo il peso della vecchiaia difficile da sopportare, ma anche quel dolore sordo e persistente che l’accompagna, un dolore che custodisce segreti, che se pronunciati ad alta voce, creerebbero un terremoto emotivo tale da far crollare giù i palazzi.
Un tempo aveva avuto una famiglia e il Neri era stato suo marito, un uomo semplice, senza ambizioni e dalla loro unione era nato Loriano, quel figlio snaturato che la guarda con occhi avidi e con quel desiderio impellente di essere soddisfatto.
Non un corpo di madre che culla amorevolmente il suo bambino nel suo immaginario, ma una donna da possedere con estrema crudeltà e indifferenza. Ma come spesso accade, la donna è vittima del pregiudizio maschile e a lei si attribuiscono le colpe di un qualsiasi tipo di abuso.

“Il freddo veniva dal fondo dell’anima” e la mente protettrice cerca di anestetizzare i ricordi fino a farli scomparire nel dimenticatoio del proprio cuore. Dunque la voglia di fuggire, di seguire Zarco, lo zingaro presente in paese, e vivere da nomade sembra l’unica soluzione possibile per non rimanere più incatenata e schiava del proprio mal di vivere al quale un’intera comunità ha contribuito ad alimentare.
Le cosiddette dicerie di paese ed ecco che anche se “la vita è una bestia che stritola tra le sue spire” coglierne il bello è possibile per restare aggrappati ad un soffio di leggerezza.

Grazie ad un linguaggio intimista, nobile e ricercato, “Ruggine” può essere considerato un romanzo da sfogliare con cura solo da mani sensibili come sensibile è il cuore puro di Gina, una giovane donna in realtà in netta antitesi con la sua vecchiaia e portatrice di un universo ricco di poesia nel quale l’incanto è sempre presente.

Di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

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1) Perché sceglie come protagonista del romanzo una donna anziana? La scelta è forse legata a questo concetto: ” Solo una persona antica può avvicinare i misteri del mondo. ” ? 

Mi hanno sempre affascinato le persone con molti anni dietro le spalle:  sono più sensibili e più capaci d’interrogarsi sui misteri del mondo. Proprio perché hanno conosciuto la vita e la sua logica, le invidie e i tradimenti, mi sono spesso chiesta come possano  aver voglia di continuare a vivere. Mi sono chiesta cosa significhi non avere un futuro, non poter fare programmi a lunga scadenza e sapere che dopo la vita c’è il nulla.

2) In che percentuale corpo e anima spartiscono il peso per lenire un dolore spesso lacerante? 

E’ l’anima ad assumersi l’onere di superare un dolore, una sconfitta, ma poi, se non ci riesce, se non è abbastanza forte, cede al corpo il  fardello che la opprime. Il corpo però non risolve, solo rivela il malessere dell’anima, si gonfia o dimagrisce, perde energía, deperisce, muore. E’ la mente a reggere una persona, il corpo ne è solo il riflesso. In Gina il dolore físico che si acuisce in dati momenti per placarsi e poi riprendere rispecchia la sua lotta interiore contro il ricordo delle sue esperienze negative, che ha inconsciamente sepolto nei fondali della memoria dai quali tentano di risalire a galla.

3) La descrizione di Gina mi ha affascinata a tal punto da pensare che se fossi stata una sceneggiatrice avrei voluto scritturare un’attrice per farle interpretare questo ruolo.
Come si fa ad incuriosire il lettore senza permettergli di annoiarsi? 

Credo che il lettore non s’annoi quando sente l’umanità dei  personaggi e si riconosce in loro, s’immedesima.

4) Per Gina la distinzione fra il bene e il male è netta.
Possiamo davvero affermare che è così? 

Il bene e il male sono soggettivi e non dipendono da insegnamenti morali. Ognuno di noi intuisce cosa sia bene o male, sente immediatamente se le persone con cui viene in contatto, le esperienze che affronta sono per lui positive o negative, e le sue percezioni si affinano vivendo. Il bene è impersonificato da chi ci rispetta, chi ci riconosce delle qualità, ci da modo di realizzarle o almeno non impedisce che ciò avvenga. Il bene e il male convivono in ognuno di noi: il male è soprattutto inganno, manipolazione e sopraffazione e anche una sola goccia di questi elementi nell’agire di qualcuno verso un altro può avere ripercussioni infinite.

5) “La vita è una bestia che stritola nelle sue spire.” ma è anche….? 

La vita è anche curiosità, energía, gioventù, progetti, ricerca della bellezza e del sacro inteso in senso laico. Gina non è una sconfitta perché riesce ancora a stupirsi, ha voglia di conoscere e di non darsi per vinta.

6) Gina ad esempio trova in Ferro un compagno fedele per colmare il vuoto fisico causato dalla perdita dei suoi cari.
Secondo lei, come si cura invece la solitudine dell’anima? 

Non so se sia possibile curarla, perché sentirsi soli è un’attitudine mentale che si consolida col tempo. Gina non si lamenta della sua solitudine non solo perché con lei c’è Ferro, ma perché ci sono cose e persone che ancora l’affascinano: la natura, i giovani, lo zíngaro, le nuvole, il cielo.

7) “Il seno e i fianchi di una madre, un figlio adulto non li può toccare.”
Le chiedo una sua intima riflessione. 

Ogni madre sente il pericolo che venga oltrepassata la barriera necessariamente interposta fra lei e il figlio: lo sente  quando il figlio si fa grande, in certi sguardi, in certi abbracci che non sono più quelli di un bambino.

8) Perché leggere “Ruggine” ? 

Come in Ruggine, in ognuno di noi c’è una parte solitaria, indifesa e combattiva al contempo. Ruggine è una combattente ed è forte: accetta i suoi dolori come parte della vita.

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