L’usignolo di Kristin Hannah

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Una donna non è solo un misto di fragilità e paure come spesso atteggiamenti misogini tipicamente maschili vogliono far credere perché quando serve una donna sa essere una condottiera.

“L’usignolo”, romanzo edito dalla casa editrice Mondadori e scritto dalla scrittrice americana Kristin Hannah, ha come protagoniste due donne, sorelle, che lottano per la vita.
La guerra è un urlo di disperazione e averci a che fare logora le emozioni e rende emaciati corpi in evidente trasformazione.
Lo scenario apocalittico è quello della Seconda Guerra Mondiale che coglie alla sprovvista famiglie e comuni cittadini intenti a vivere la loro routine quotidiana.

Due sorelle per l’appunto, Vianne ed Isabelle Rossignol, in apparenza così diverse, ma unite da un unico e profondo dolore: la perdita della madre e il conseguente abbandono di un padre troppo egoista per prendersene cura e che “aveva lasciato le sue figlie come fossero biancheria sporca “ affidandole ad una sconosciuta, ma sia la perdita della moglie che l’aver vissuto la Grande Guerra lo resero sterile a tal punto da considerare il bere l’unica consolazione.

Vianne aveva solo quattordici anni quando le si chiese di diventare immediatamente un’adulta responsabile ed Isabelle ne aveva solamente quattro. Due sorelle sì che il dolore non è riuscito ad unire, ma a dividere per anni. Vianne, abituata a tenere tutto dentro, era la più riflessiva, mentre Isabelle era testarda e ribelle.
Vianne si era talmente rinchiusa nel suo dolore che non riuscì affatto a prendersi cura della piccola sorella che addirittura fu rinchiusa in un collegio, incontrò in seguito Antoine Mauriac, se ne innamorò sin da subito perché lui “era stato il primo tutto”, si sposò e nacque Sophie.

Isabelle invece camuffava il suo bisogno di attenzioni con la spavalderia e quando il conflitto scoppiò nella bella Parigi avrebbe voluto mettersi al servizio della patria per non venire sottomessa dai nazisti. Il suo mito era Edith Cavell, un’infermiera diventata un’eroina durante la Grande Guerra ed anche lei avrebbe voluto essere un’eroina di guerra nonostante i pareri contrastanti della mentalità comune che affermavano che “le donne sono inutili in guerra” e che il loro compito era quello di aspettare il loro ritorno in casa.

La guerra fu durissima, aspra e difficile da sopportare.
L’aria puzzava di muffa e Parigi un tempo splendida era stata sfigurata e sottomessa al giogo del nemico furioso e assassino.
Vianne rimase sola con Sophie, Antoine partì per combattere la guerra e Isabelle incontrò, durante la strada che conduceva a Carriveau dove abitava la sorella, Gaëtan Dubois, uscito dalle prigioni.
Sin da subito fra i due ci fu un’intesa speciale e capirono dai loro sguardi che insieme avrebbero combattuto la guerra nonostante poi il conflitto armato li separò, ma il cuore no.

Vianne dovette fare i conti con la sua morale dato l’avvicendarsi di capitani tedeschi in casa sua e si ritrovò persino a salvare di nascosto bambini ebrei, mentre Isabelle divenne veramente un’eroina di guerra che con lo pseudonimo di Juliette Gervaise, nome in codice Usignolo, accompagnò gli aviatori permettendogli di valicare il confine perché lei riusciva sempre a trasformare “ogni barriera in un ponte”.

Se esiste un lieto fine in questa storia, bè, non tocca a me svelarlo, ma una riflessione è doverosa farla.
Gaëtan ed Isabelle si sono “innamorati in un mondo in guerra” e velatamente forse la scrittrice ha voluto essere parte della narrazione perché il quesito che ci pone davanti è: “Cos’era l’amore di fronte alla guerra?” e forse la risposta è già scritta: “L’amore dev’essere più forte dell’odio altrimenti non ci sarà futuro per noi.”

Ed ecco che un futuro in guerra nessuno lo concepisce né vorrebbe assolutamente viverlo. Ma l’amore può veramente fungere da scudo contro le insidie del mondo?
Io credo che il vero amore ovvero quello vissuto intensamente sia rifugio per la nostra anima ferita, conforto nei momenti bui e speranza per giorni migliori.

“L’usignolo” infatti c’insegna questo: ad amare incondizionatamente, ad aggrapparci all’altro se serve non vergognandoci della nostra sofferenza che ci rende vulnerabili perché insieme si possono sconfiggere tutti i mali del mondo.
Magari questa è una visione troppo rosea e romantica della vita, ma crederci aiuta a stare meglio e a rinvigorire il cuore.
Perché vedete “le ferite si rimarginano. L’amore dura. Noi restiamo.” e in vista dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, vale la pena ricordare che le donne non sono appannaggio degli uomini e che se credono in loro stesse possono arrivare dove vogliono.

Auguri a tutte le donne!

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

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1) L’Usignolo ha come protagoniste due donne che lottano per degli ideali. 
Possiamo definirlo un romanzo femminista?

Per me “L’usignolo” è un romanzo che celebra il coraggio e l’eroismo delle donne comuni in tempi tristemente oscuri. Troppo spesso, le storie delle donne sono dimenticate rimanendo non raccontate o comunque non approfondite. Penso che sia molto importante preservare queste storie così importanti. C’è ancora molto che possiamo imparare dalla Seconda Guerra Mondiale – soprattutto nel nostro mondo attuale, sempre più pericoloso. E ‘importante ricordare quali siano i veri costi della guerra.

2) Quali differenze o similitudini possiamo cogliere fra la generazione che ha partecipato alla guerra e la generazione odierna?

C’è sicuramente una ragione per cui gli uomini e le donne che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale sono stati chiamati “la più grande generazione”. Possiamo imparare molto dalla loro disponibilità a sacrificarsi l’uno per l’altro e per i loro ideali. Erano una generazione disposta a condividere qualunque cosa per il bene comune. Temo che il nostro mondo di oggi sia troppo fratturato: le persone notano di più le differenze piuttosto che le somiglianze che ci accomunano. Si può solo sperare di avere la capacità di imparare dalla nostra storia comune.

3) Come si fa a superare il senso dell’abbandono e a convivere con la perdita delle persone care?

Non so se avete mai veramente dovuto superare la perdita di una persona cara, ma il tempo purtroppo non diminuisce il dolore. Alla fine si impara a ricordare i bei tempi e a dimenticare il dolore che arriva con la morte. Io ho perso mia madre quando ero molto giovane, e in certi momenti ne ho davvero sentito la mancanza — il mio matrimonio, la nascita di mio figlio, il matrimonio di mio figlio. Ma sono confortata dai ricordi e penso a lei spesso.

4) Che sensazioni hai provato nel descrivere la Seconda Guerra Mondiale da un punto di vista tutto al femminile?

“L’usignolo” è stata un’esperienza di scrittura molto potente e profonda. Sono stata in grado di andare davvero a fondo nella mia ricerca. Le storie vere delle donne che hanno aiutato aviatori abbattuti, aderito alla Resistenza e nascosto famiglie e bambini ebrei sono state una vera ispirazione. E’ stato importante per me rendere giustizia a queste donne e trasmettere le loro storie con compassione e comprensione, onorando il loro coraggio.

5) Nel romanzo, l’amore è uno dei temi centrali: l’amore si contrappone all’odio. 
Secondo te, l’amore potrebbe essere l’arma vincente per sterminare definitivamente ogni tipo di guerra?

Vorrei pensare che l’amore vince sempre. Soprattutto nel contesto della guerra – e della Seconda Guerra Mondiale in particolare – è ovvio che l’amore non sempre trionfa sull’odio. La guerra tira fuori il peggio del genere umano – ma anche il meglio. Ho cercato di dimostrarlo con “L’Usignolo”. Credo anche che in molti modi l’amore e la comprensione siano il senso della vita, il viaggio delle nostre anime. Se riuscissimo tutti a tenerci ben stretto l’amore al posto dell’odio, saremmo sulla strada giusta verso un mondo migliore.

6) Il romanzo contiene riferimenti geografici precisi, date, ambientazioni raccontate nel dettaglio. 
Su quali testi ti sei documentata oppure hai raccolto delle testimonianze dirette?

Grazie mille per le gentili parole su “L’Usignolo”. La ricerca alla base di questo romanzo è stato un processo molto lungo. Ci sono voluti molto lavoro e tantissime letture. Circa sei mesi di ricerca solo per iniziare. Sono andata anche in Francia e Spagna per seguire via di fuga di Isabelle. Per me, la parte più importante della ricerca sono state le biografie scritte da donne comuni che hanno vissuto – e sono morte- nella Francia occupata dai nazisti durante la guerra.

7) Vianne ed Isabelle, due sorelle a confronto. L’una più conservatrice, l’altra più ribelle. Quale hai preferito raccontare?

Ho amato entrambe per diversi motivi. Ho amato l’audacia e l’irruenza di Isabelle. Ho amato come lei avesse ben in mente cosa fosse giusto e cosa sbagliato e quanto fosse disposta a rischiare la propria vita per aiutare gli altri. Ho amato molto anche come Vianne abbia domato la sua paura e sia diventata una vera e propria eroina. Vianne, dei due personaggi, è più simile a me. Lei è una donna che è prima di tutto una madre e ha dovuto pensare costantemente durante la guerra a come mantenere la figlia viva.

8) Come spiegare ai bambini l’orrore di queste guerre così profondamente ingiuste?  

Non so come si possa ragionevolmente spiegare la guerra a nessuno. Non ha davvero senso. Credo che quello che dobbiamo fare è scegliere di abbracciare la compassione e la comprensione. Abbiamo bisogno di celebrare le nostre differenze. Il mondo è troppo piccolo e troppo pericoloso ai giorni nostri per promuovere l’odio e l’intolleranza.

9) Chi crea discriminazione e odio razziale: il credo religioso o il fanatismo dell’uomo?  

Beh, per definizione, il fanatismo è radicato in una devozione irrazionale o servile verso un’idea, e questo genere di cose diventa facilmente “tossico”, ma qualsiasi persona o istituzione che abbraccia l’odio e l’intolleranza può essere pericolosa.

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