Il buco che ho nel cuore ha la tua forma di Eleonora Molisani

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“Il buco che ho nel cuore ha la tua forma”, libro edito dalla casa editrice Meligrana e Priamo Editore e scritto dalla giornalista Eleonora Molisani, è una raccolta di storie del terzo millennio ovvero storie racchiuse fra le pagine di un libro che urlano rabbia, amore, dolore e vendetta ed è come se uno spietato cinismo ed una voglia di moltiplicare il male si impadronissero di queste anime erranti protagoniste di ogni vicenda narrata.

Sono storie attuali che lasciano interdetti, ma hanno il fascino della verità e durante la lettura può accadere che la propria coscienza vacilli o che gli occhi distolgano lo sguardo dalla pagina come se si stesse vivendo ciò che accade, ma infine si diventa più consapevoli di ciò che ci circonda e delle molteplici sfaccettature che caratterizzano i rapporti umani.

Leggendo si percepiscono emozioni vive, un brivido scorre lungo la schiena, man mano un quadro chiaro dai contorni definiti si palesa davanti e ci si chiede:
“Ma viviamo veramente in una società malata nella quale si consuma ogni tipo di efferatezza? Dov’è finita la purezza dei buoni sentimenti? E qual è il confine fra il bene e il male?”

Ogni racconto riassume in maniera romanzata un’esperienza di vita e fra quelle righe così concise viene fotografato l’accaduto in una diapositiva che in uno scatto immortala sensazioni, pulsioni, corpi e gesti scellerati dove spesso un happy ending non c’è, ma anzi scorrono fiumi di dolore, inadeguatezza, solitudine, disagio che si manifestano con una rapidità tale che si vorrebbero sovvertire gli eventi, comunicare con quelle anime che mostrano una fragilità spaventosa e magari dire: “Stai sbagliando! Non è questa la strada giusta per lenire il tuo dolore. Io sono qui per ascoltarti. Insieme si può colmare quel buco che hai nel cuore.”

Allora mi domando se tutto questo accade per la follia del momento o perché ci si sente inascoltati?

Quando leggo la storia intitolata “Cappucetto rotto” mi si gela il sangue. Lui innamoratissimo di Maria, stupenda ragazza, era folle di gelosia. Guai se ballava con qualcun’altro, lui iniziava con le sue scenate facendola piangere e lì la picchiava così forte da farle girare la testa perché sue stesse parole “quando vedo una donna piangere faccio come mio padre: mi innervosisco” ed una sera decide di trascorrere una serata senza di lei, la tradisce e la malcapitata rimane incinta, ma fortunatamente si rivela un falso allarme. Maria scopre tutto e decide di lasciarlo. Lui allora la uccide perché confessa: “Non sono mica un animale io. La amavo…”

E quando leggo di Paolo in “La rete ammazza i giovani” quasi piango dal dolore. Paolo era un “dolce, dolcissimo romanticone”, non aveva mai frequentato una ragazza e tutti credevano che fosse gay. Un giorno la madre decide di metterlo alla prova fingendosi una nuova ragazza su Facebook, lo illude, mente, lui ci casca e s’innamora. Quando la madre scompare, per la forte delusione di aver perso l’amore della sua vita, lui si suicida. Nessuno aveva capito nulla di Paolo, lui era solo timido ed aveva bisogno del suo tempo.

Ecco questi sono solo due dei brani tratti dal libro che già svelano un mondo di fragilità e sofferenza dove spesso i figli pagano le colpe dei padri. Se ne susseguono altri che descrivono il rapporto con la malattia, la complessità delle dinamiche all’interno di una storia d’amore o il cannibalismo digitale che rende alcuni virtualmente onnipotenti e così via.

Rispetto del sentire altrui è la prima parola che merita attenzione. La seconda è Ascolto e la terza è Sensibilità. Scritte in maiuscolo proprio per evidenziarne l’importanza. Unite insieme rendono umana una persona che mossa a compassione ti tende una mano e diventa partecipe del tuo disagio senza giudicare o appropriarsi della tua vita in maniera così brutale.

Chi siamo noi per decidere delle sorti altrui?

Ogni persona è un universo, non deve obbligatoriamente coincidere con il nostro. Ognuno è portatore di rara bellezza e le imperzioni che ci caratterizzano rivelano la nostra unicità. Denunciamo quando accade e non scoraggiamoci mai davanti all’impotenza della vita perché tutto può cambiare, basta volerlo e non dimentichiamoci mai di un’importantissima lezione di vita che il libro “Il buco che ho nel cuore ha la tua forma” vuole comunicarci: il bene conduce al bene.

È questo è un messaggio di speranza.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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1) Quanto i fatti di cronaca hanno influenzato la stesura del libro?

Come giornalista ho raccontato per anni storie di cronaca. La realtà spesso supera tristemente la fantasia e le vittime della violenza e delle ingiustizie sono quasi sempre persone che non hanno voce, che urlano sommessamente ma resistono. Sono attorno a noi e tra di noi, ma a volte ce ne accorgiamo solo per il tempo di una notizia in tv o di un commento sui social. Poi il dolore altrui di solito cade nell’oblio, almeno finché non ci tocca direttamente. Il mio tentativo è quello di far parlare questi “invisibili” con la loro voce, rendendoli piccoli ordigni pronti a esplodere nella coscienza di chi legge.

2) Ogni storia racchiude un bagaglio emotivo intenso. Che sensazione hai provato mentre le scrivevi?

La sensazione di un bubbone che deve venire fuori. E ho assecondato anche l’esigenza di farlo venire fuori in modo “scomposto” e “brutale”, come scomposta e brutale è la violenza che ogni giorno ci aggredisce e ci ferisce. Il dolore che mi hanno raccontato, quello che ho visto con i miei occhi, quello che ho provato in prima persona, hanno “macchiato” un centinaio di pagine bianche. Del resto, come diceva Hemingway: “Non c’è trucco nello scrivere. Tutto quello che fai è sederti davanti a una macchina da scrivere e sanguinare”.

3) Ogni racconto viene introdotto da una citazione colta che rimanda all’argomento trattato. Perché questa scelta?

L’intento del libro era anche quello di rendere omaggio a due generi letterari bistrattati: le piccole storie e la poesia. Ho selezionato quei versi nel tentativo che ciascuno fosse una summa della storia: una morale che precede, invece di seguire. L’unico rimpianto è che i racconti sono molti meno degli autori a cui avrei voluto rendere omaggio.

4) Leggendo il libro ho provato emozioni contrastanti. Un misto di dolore e stupore. Secondo te perché si arriva a far del male con così tanta crudeltà e cinismo?

La cronaca recente dimostra che ciascuno di noi contiene in sé “dolcezza e orrore, in una sola musica”, come diceva Montale. Il confine tra il bene e il male è labile, e spesso basta una minima circostanza per modificare i comportamenti e le vicende umane. Nelle mie storie le premesse non sono quasi mai coerenti con il finale, e magari le persone più dolci si rivelano mostri. Non smetteremo mai di stupirci di quanto possa essere imperfetta e disumana la nostra cosiddetta “umanità”.

5) Qual è la vicenda che ti ha maggiormente colpita?

Preferisco dire quella che ha colpito di più i lettori: “La rete ammazza i giovani”, dove una madre, nel tentativo di difendere il proprio figlio, si trasforma nella responsabile del suo suicidio. In sottofondo la trappola del web, un tema che ho toccato in più di un racconto perché la rete e i nuovi media hanno cambiato moltissimo la percezione del mondo e delle persone. Non necessariamente in peggio, ma in certi casi diventando pericolose armi a doppio taglio.

6) Durante la lavorazione del libro c’è stato un lavoro d’inchiesta?

No, perché la narrativa è il lato umano della verità. E’ la trasfigurazione di storie reali, racconta quello che non si può leggere nei libri d’inchiesta o sui giornali. Per anni mi sono “limitata” a riportare i fatti senza opinioni: per una volta ho voluto provare a filtrarli con il mio sguardo, la mia coscienza e sensibilità.

7) Il linguaggio utilizzato è spesso crudo.
È un artificio linguistico o serve per evidenziare una realtà dura e difficile da sopportare a volte?

La realtà è spesso difficile da sopportare, e nella vita vera il lieto fine è un optional. Per descrivere certe cose in modo incisivo ho usato la penna come una clava. Siamo bombardati da proposte di intrattenimento ma io volevo “trattenere” invece di intrattenere. Trattenere la coscienza su alcuni temi forti come pedofilia, prostituzione, immigrazione, malattia, perversione, femminicidio, omosessualità. Senza piagnistei o lezioncine, e in uno spazio piccolo, di sole 100 pagine.

8) Che insegnamento possiamo trarre da questo libro?

Non credo che l’intento di chi scrive sia quello di dare lezioni. Però la narrativa può alzare il velo su certe cose, può stimolare in chi legge sogni, pensieri, riflessioni, immagini, immedesimazione, cambiamenti interiori. Io, quando leggo un libro, mi aspetto che mi lasci dentro una traccia incisiva. Nel bene o nel male.

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