I gatti non hanno nome di Rita Indiana

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“I gatti non hanno nome, lo sanno tutti. Ai cani, invece, qualunque cosa va bene, si buttano lì una o due sillabe a caso e gli rimangono appiccicate con il velcro.”

Questa è una delle frasi più significative del libro “I gatti non hanno nome” edito dalla casa editrice NN Editore e scritto dall’originalissima penna di Rita Indiana perché restituisce un senso compiuto all’intera trama narrativa cogliendone la sua vera essenza.

Nulla è scontato ed ogni riga racconta un vissuto intenso composto da anime raminghe che trascorrono la loro esistenza senza una particolare ambizione o almeno così appare, mentre la canicola estiva tipica dei paesi tropicali lascia un po’ rammolliti nell’animo.

Quello che si presenta al lettore è un surrealismo che non è insito nei personaggi che sono quasi delle caratterizzazioni atipiche della società con i loro modi di fare sui generis ed ognuna con la propria diversità che è assolutamente sinonimo di bellezza ed autenticità, ma la natura surreale del libro risiede proprio nel linguaggio che sovverte i canoni della scrittura tradizionale e conforme ad una trama anonima, lineare e prevedibile perché qui di prevedibile c’è solo il susseguirsi delle pagine (bianche fra l’altro).

Il linguaggio utilizzato è fraterno, scorrevole, informale, mai catturabile perché l’uso delle metafore è sbalorditivo tanto da chiedersi da dove scaturisca tutta questa prolificità.
Le trovi spalmate nella pagina e quando pensi di aver ripreso le fila della trama, l’illusione dura talmente poco e capisci che la bravura di Rita Indiana risiede in questi colpi di scena linguistici che mostrano una dimestichezza con la lingua sorprendente.

Parole forti che bruciano come l’asfalto dei Caraibi ed una ragazza protagonista senza nome che lavora come segretaria presso la clinica veterinaria dello zio Fin mentre i genitori, assenti e totalmente incuranti della figlia, partono per l’Europa.
La particolarità della protagonista è comune a molte persone sensibili ovvero porta con sé un quaderno ed annota tutto ciò che pensa. In questo caso le annotazioni non riguardano l’andamento della giornata o verosimili pulsioni amorose, ma i possibili nomi che possano identificare un gatto che senza un nome solitamente non risponde prendendo spunto da ciò che la colpisce e questo fa di lei un’attenta e silenziosa osservatrice.

Tanti i personaggi che la circondano perché di personaggi si tratta ed osservandoli agire percepisci quanto il confine fra normalità e stranezza sia puramente soggettivo.
La famiglia è il suo nucleo di riferimento, in particolar modo Zio Fin medico veterinario, buddista il quale verrà sorpreso da una rivelazione che gli cambierà la vita; zia Celia maniaca del controllo trasforma la sua rabbia in scritte al neon efficaci tanto che “nella sua mente il mondo è un gran cesso sporco e lei è l’unico straccio con la fibra adatta a pulirlo”; la nonna ottantenne, smemorata e ripetitiva; Mandy il fratello definito una bestia e il cocco di mamma e papà e poi c’è Vita, l’amica bianchissima e femminile nonché il suo primo amore.

Ecco che in questa rappresentazione quasi tragicomica della realtà vengono presentate virtù e debolezze dell’animo umano e la semplicità di questa ragazza quasi commuove.
È solita compiere gesti quotidiani che rappresentano il suo mondo e da dietro il bancone della reception osserva il mondo dal suo punto di vista e non giudica, ma anzi presta ascolto con il suo cuore puro e sincero tanto da provare delle forti scosse emotive prima di riconoscere la sua omosessualità.

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Ciò che vuole insegnarci il libro “I gatti non hanno nome” è questo: non esiste un concetto univoco di normalità. Ognuno è speciale a suo modo e la bellezza di ogni singola personalità risiede soprattutto nelle nostre fragilità che possono trasformarsi in punti di forza autentici perché la ricerca della propria identità è un continuo lavoro da svolgere su se stessi e quello che più conta è amarci per come siamo con tutte le nostre umane debolezze.

Buona lettura!

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