Tutte le donne di di Caterina Bonvicini

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Non so quanti di voi hanno visto al cinema “La cena per farli conoscere” del maestro Pupi Avati. È un film nel quale i protagonisti sono un uomo, attore decaduto, e le donne della sua vita (le figlie in questo caso) che hanno stretto col padre un rapporto di totale dipendenza affettiva. La cena organizzata proprio durante la vigilia di Natale sarà solo il pretesto per rivedersi dopo anni e ricucire quei rapporti lasciati in sospeso. Il parallelismo cinematografico serve solo per riallacciarmi alla trama del libro che ha una serie di aspetti in comune con il film appena citato. Ebbene anche in “Tutte le donne di” sono presenti conflitti familiari accessi in attesa di una soluzione riparatoria.
Il libro, edito dalla casa editrice Garzanti e scritto dalla sensibile ed acuta penna di Caterina Bonvicini non è un libro qualunque, ma il risultato di un intreccio di generi narrativi che dal punto di vista stilistico ne fanno un assoluto capolavoro.

È la vigilia di Natale. Sette donne sono sedute attorno ad un tavolo ed attendono con una certa ansia ed apprensione “l’uomo di casa”, Vittorio, il fulcro sul quale ruota tutta la loro vita.
Siamo in presenza di una famiglia allargata e, fra l’imbarazzo generale che dilaga persistente ed una velata ipocrisia, inizia quella che è considerata la “gara fra le dominatrici” ovvero una competizione agguerrita che tende ad insabbiare il lato più fragile delle singole personalità e che tende a far emergere l’egocentrismo di ognuna.
È gente benestante e raffinata che abita nella borghese Milano e che “si fa male con molta gentilezza” come nota Camilla, l’amante di Vittorio (invitata pure lei). Una giovane donna definita come “una masochista sentimentale” che si è presa Vittorio quando è caduto in disgrazia.
Mentre il panico dilaga e Vittorio non arriva, Giulia, la figlia minorenne, si estranea dal gruppo ed armeggia col suo smartphone perché ormai è diventata una cellulare-dipendente, osserva la madre e si immerge nel suo microcosmo pur di non stare a sentirla.
Cristina, moglie e mamma di Giulia, è una maniaca del controllo. Cerca in tutti i modi di mantenere ordine nella sua anima assecondando il suo bisogno ossessivo-compulsivo di avere le cose sistemate al loro posto perché sono senz’altro più rassicuranti delle persone.
Mentre Ada, ex moglie e migliore amica di Vittorio, ha un rapporto conflittuale con Paoletta, figlia ormai maggiorenne, che ammira silenziosamente il padre per essersi ribellato e che è bulimica d’amore per colpa di due genitori troppo assenti e narcisisti.
Francesca è disperata, suo fratello Vittorio per lei era tutto. Le emozioni la destabilizzano e il fatto di non riuscire a gestire la situazione la fa sentire in balia degli eventi.
Dall’alto della sua indomabile sicurezza Lucrezia, madre di Vittorio, domina la scena e monitora tutte con un occhio attento ed obiettivo. Lei amante della libertà, intellettuale ed estrosa personalità, si limita ad osservare senza proferire parola.

I mesi trascorrono e le indagini proseguono, ma di Vittorio ancora nessuna traccia ed in questo alternarsi ciclico delle stagioni avviene come una specie di miracolo che libera queste donne dalla dipendenza morbosa verso l’uomo e che le porta verso la profonda conoscenza di sé.
Il dialogo interiore, introspettivo e necessario, crea una sorta di sorellanza nei confronti di quelle che prima erano viste come delle antagoniste e la capacitá di recupero di queste donne è sorprendente perché nel momento di maggiore fragilità cercano di farsi forza l’una con l’altra spezzando quelle catene invisibili che le tenevano prigioniere all’interno di una famiglia disgregata, sorda e per nulla empatica. In tutto questo tourbillon di emozioni un finale a sorpresa farà rimanere il lettore sbalordito.
Anche questa volta Caterina Bonvicini, con una maestria notevole che incanta, riesce a catturare l’attenzione del lettore presentandoci un ritratto inedito di quella che è la società odierna specchio di dinamiche precarie nella quale crollano certezze e si riesce a sopravvive solo contando su se stessi.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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1) Nella copertina è ritratta Lee Miller, fotografa, fotoreporter e modella americana, come mai è stata fatta questa scelta?

Questa volta copertina e titolo li ho scelti io, e sono molto contenta di averlo fatto. Se potessi farei tutte copertine di Man Ray. Già ci avevo provato con Einaudi per I figli degli altri, ma la mia proposta non era passata (era un altro ritratto di Lee Miller). Poi nel 2013 sono stata a Londra e ho visto una mostra di Man Ray alla National Portrait. Mi sono portata a casa la locandina con il profilo di Lee Miller che si vede sul libro e l’ho incorniciata in cucina. Continuavo a guardarla mentre lavoravo e pensavo che era la copertina giusta per il romanzo che stavo scrivendo. Così ho mandato una foto del poster in casa editrice e mi hanno accontentata. Fra l’altro Lee Miller è una donna molto affascinante, mi piacerebbe scrivere su di lei, un giorno. 

2) “Tutte le donne di” è il titolo del romanzo che incuriosisce in particolar modo per la preposizione semplice “di” che lascia il lettore sospeso.
Ciò serve per focalizzare l’attenzione sulle protagoniste femminili?

È un titolo per cui mi sono battuta perché in questo caso il romanzo è nato da lì, da quella preposizione. E dal vuoto che segue. Un vuoto che richiama l’assenza di Vittorio, intanto. Ma anche la fatica di stare dentro i ruoli. Infatti la liberazione per queste donne arriva quando non si sentono più “di” nessuno. 

3) Il libro viene definito una commedia ironica, con una trama che si evolve come un giallo e che possiede inoltre la componente fantasiosa tipica del romanzo.
Una rarità praticamente.
Come riesci a far conciliare tanti generi diversi con così tanta maestria e naturalezza?

Beh grazie. È una cosa a cui tengo perché sono molto interessata ai generi e mi piace cambiarli in continuazione. È un modo di sfidarsi, credo. Per esempio adesso ho in mente un noir, e non ho mai scritto noir. Voglio provarci, ecco. I miei romanzi, e fin qui sono sette, sono tutti molto diversi fra loro proprio per questo. Mi annoierei a scrivere sempre lo stesso libro. Per Tutte le donne di ho scelto la commedia, per Correva l’anno del nostro amore il feuilletton, Il sorriso lento è una tragedia, L’equilibrio degli squali è un romanzo di formazione, Di corsa un romanzo a tema, I figli degli altri sono racconti, Penelope per gioco è un romanzo storico. Direi che non mi sto facendo mancare niente. 

4) I temi affrontati sono molteplici. Il principale è sicuramente l’amore.
Possiamo darne una definizione specifica oppure a seconda della protagonista che lo vive assume forme cangianti?

Secondo me l’amore è un’attenzione alta per gli altri. Vale anche per l’amicizia, che considero una forma di amore. Quando amo, sto molto attenta. 

5) Siamo in presenza di una famiglia allargata. Tema assolutamente contemporaneo.
Cosa ne pensi?

Intorno a me vedo quasi solo famiglie allargate. Mi sembra la norma adesso. Nonostante sia ormai la cosa più comune al mondo, restano situazioni delicate, con equilibri fragilissimi. 

6) Le donne che si susseguono all’interno del libro differiscono per il ruolo che hanno assunto nella vita di Vittorio, ma tutte possiedono un elemento comune: il senso di libertà che scoprono nel vivere una solitudine forzata.
Quando una donna può veramente sentirsi se stessa?

Quando si conosce. Come fai a essere te stesso, se non sai chi sei?

7) Vittorio che tipo di uomo è e soprattutto com’è cambiata la figura maschile in rapporto alla società odierna?

Secondo me è molto cambiata la figura maschile oggi. Forse perché le donne si sono appropriate nel loro lato maschile e gli uomini, di conseguenza, sono stati costretti a fare i conti con il loro lato femminile. Ma non sono una sociologa, è solo una cosa che ho notato guardandomi intorno.

8) Il dialogo interiore è centrale nel romanzo e mette in luce fragilità e punti di forza dei personaggi. Una psicoanalisi dell’animo umano attenta e sensibile.
Come sei riuscita a creare questo?

Io credo che per costruire un buon personaggio, con le giuste sottigliezze psicologiche, sia necessario guardarsi molto dentro e guardarsi molto intorno. Per tanti anni ho cercato di ascoltare me stessa, per conoscermi. Poi mi sono stufata. Adesso ascolto più volentieri gli altri e questo è ancora più utile per il mio lavoro. Poi, forse perché non sono pettegola e so mantenere segreti, un sacco di persone vengono a raccontarmi le loro cose come si raccontano a uno psicanalista. Io ovviamente non le scrivo (ci sono scrittori che lo fanno e lo trovo orribile, perché non puoi fidarti di loro) però questa grande massa di discorsi intimi mi permette di conoscere più a fondo gli esseri umani e diventa un materiale di partenza per la mia creatività. Insomma, chiacchierare con gli amici non è solo una delle mie attività preferite, sta diventando anche una parte del mio lavoro. Faccio un esempio. Un’amica mi ha parlato tanto di un uomo tirchio e frustrato. A un certo punto mi hanno chiesto un racconto e io ho scritto la storia di un uomo tirchio e frustrato. Una storia completamente diversa dalla sua, naturalmente, il personaggio era irriconoscibile ma io ho capito che, attraverso le sue parole, avevo interiorizzato quel tipo umano, pur non avendo mai conosciuto quell’uomo. E con quel racconto l’ho vendicata! 

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