Intervista ad Elisabetta Rasy, autrice de Le regole del fuoco

Copertina Le regole del fuoco E.Rasy

“Le regole del fuoco”, edito dalla casa editrice Rizzoli e scritto in maniera magistrale dalla scrittrice Elisabetta Rasy, finalista del Premio Campiello 2016, è un libro che tocca il cuore e che riesce a parlare d’amore a partire dalle due giovani protagoniste Maria Rosa ed Eugenia che riescono con la loro forza d’animo a superare il dolore e la violenza provocati dalla guerra e a farsi scudo l’una con l’altra tenendosi per mano.

La mia recensione e il commento annesso, sensibile ed accurato svolto da Matteo Gamba sul suo blog Diario di Adamo di Vanity Fair, li trovate qui cliccando sulla mia rubrica Leggere Donne.

Adesso è il momento dedicato all’intervista appassionante e commovente che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

E. Rasy

Maria Rosa diventa una donna libera che sceglie di vivere la vita secondo le sue inclinazioni. Dato il periodo storico in cui è ambientato il romanzo e la misoginia dilagante, possiamo delineare le caratteristiche delle donne che hanno vissuto in quell’epoca e raccontare il perché Maria Rosa si distacca notevolmente da esse?

In realtà tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento molte donne italiane sentono il soffio della libertà, scrivono libri, organizzano anche grandi riunioni. Ci sarà poi negli anni del fascismo un ritorno all’ordine, con la donna inchiodata nel ruolo di moglie e madre devota. Ma prima spirava un’altra aria. In particolare gli storici hanno spesso sottolineato come proprio durante la prima guerra mondiale per le donne si siano aperti inediti spazi di libertà e di lavoro, perché gli uomini erano al fronte. Naturalmente si tratta di eccezioni rispetto alla massa femminile, però significative perché comunque il viaggio di emancipazione delle donne comincia all’inizio del secolo e poi va avanti. Il caso di Maria Rosa è diverso ma emblematico. Lei non è spinta a fare la volontaria in guerra da un desiderio di emancipazione, piuttosto da una voglia di ribellione rispetto al mondo in cui vive – la buona borghesia napoletana – e alle aspettative di sua madre nei suoi confronti che prevedono solo un buono e noioso matrimonio.

L’orrore della Prima Guerra Mondiale ci appare davanti ed esplode in tutta la sua brutalità. Ne conosciamo le date, gli avvenimenti principali e quella sensazione amara che solo la guerra riesce a scatenare. Una guerra fatta da uomini. Ecco, mi descriva meglio il ruolo delle infermiere volontarie che con tanta dedizione hanno curato feriti e soccorso anime in difficoltà visto che poco si sa di loro?

E’ vero, si sa poco di queste donne. Spesso erano ragazze dell’alta borghesia che andavano a fare le volontarie in guerra perché respiravano il senso della patria in famiglia (e anche molta retorica connessa). Altre erano madri, sorelle, mogli che volevano stare vicino ai congiunti in guerra. Altre ancora, come la Eugenia del mio romanzo, avevano invece un progetto di emancipazione preciso. Però in fondo tutte, come dice un mio personaggio, desideravano vedere il mondo da un angolo diverso da quello del salotto di casa. E la gran parte di loro, anche se si era appena lasciata alle spalle le feste da ballo e le prove in sartoria, nella drammatica situazione degli ospedali di guerra, come testimoniato dai loro diari, davano se stesse senza risparmiarsi, con coraggio e abnegazione e una grande capacità di sopportare lavori difficili e grandi fatiche.

“La patria era una ragione nobile”. Lo è ancora?

La parola patria non si usa quasi più perché è stata ammantata, negli anni del fascismo e anche dopo, di una insopportabile retorica. Penso piuttosto che dovremmo immaginare la patria come una comunità, però non chiusa, ma inclusiva e non esclusiva.

Maria Rosa Radice scappa da Napoli per sfuggire dalle grinfie di una madre che la vuole sposa a tutti i costi. Eugenia Alferro invece si arruola per vocazione. Due giovani donne l’una l’opposto dell’altra, ma unite dall’amore reciproco. Crede che scardinare ogni tabù e parlare dell’amore fra donne era doveroso soprattutto di questi tempi dato che è stata approvata la legge sulle unioni civili?

Il mio è un romanzo di formazione, una formazione che si svolge in circostanze particolari, e ciò che ho voluto raccontare è la forza dell’amore contro il dolore e la violenza. Non ho mai pensato di farne un manifesto a favore delle unioni civili omosessuali, anche se io le ho molto auspicate e sono contenta che la legge ci sia. Non credo che l’autore debba fare di un romanzo un documento con un preciso messaggio ideologico: ogni lettore deve essere libero di trarre dal libro il messaggio che gli è congeniale e che gli serve.

Quali sono le regole del fuoco?

Le regole del fuoco è un titolo che allude al fuoco della guerra e anche al fuoco della passione. Ma soprattutto voleva alludere a una contraddizione dell’animo umano, che trova le sue ragioni anche dove sembra che le ragioni non ci siano. O come diceva Pascal: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Una donna medico e istruita e non la bambola ammaestrata. Questo rappresenta Eugenia Alferro. E’ lei la vera protagonista del romanzo?

No, sono entrambe protagoniste, e in ognuna di loro c’è una parte di me. La cosa importante è che sono molto diverse: per questo il loro rapporto è intenso e fecondo. Ognuna dà all’altra qualcosa che l’altra non ha. Solo nella diversità accettata e apprezzata c’è un vero scambio e ci si può arricchire e amare.

Oppure è Maria Rosa che diventa fotografa ed abbandona per sempre quel nido familiare che tanto l’aveva oppressa?

La vita sceglie così: sarà Maria Rosa a portare avanti la bandiera della libertà femminile e ad avviarsi a un futuro di lavoro e di autonomia. Nei miei libri parlo spesso di donne che, attraverso le vie più diverse e spesso difficili, cercano la strada della libertà.

Mi racconti, se le va, che tipo di emozioni le ha lasciato questo libro?

Mi è stato molto difficile staccarmi dalle mie due ragazze, ed entrambe sono nel mio cuore come se fossero dei pezzi della mia famiglia interiore. In un certo senso considero entrambe delle mie progenitrici, figure di una genealogia femminile che mi è cara.

 

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