Intervista a Iaia Caputo, autrice di Era mia madre

Era mia madre Iaia Caputo

Dopo aver letto l’incantevole romanzo di Iaia Caputo, Era mia madre, edito dalla casa editrice Feltrinelli e recensito nella mia rubrica Leggere Donne sul blog di Vanity Fair di Matteo Gamba, ecco l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso. Noterete quanto garbo e delicatezza traspaia dalla sua personalità così carismatica, ma non voglio svelarvi altro e vi auguro buona lettura.

Come si fa a sopravvivere alla perdita di una persona cara? Forse con ‘l’intelligenza del dolore’ ?

L’intelligenza del dolore che viene evocata nel romanzo non è altro che la capacità di fare esperienza di ciò che accade, e cioè di mantenere il cuore e la testa aperti, in ascolto di quel che la vita ci sta insegnando, persino nella sofferenza. Ad Alice succede di scoprire sua madre, proprio a partire dal sentimento della perdita e della mancanza, e nello stesso tempo, il tempo del lutto, quell’esperienza la rivela a se stessa. Era mia madre è anche questo: il racconto del percorso esistenziale di una figlia che impara, è costretta a imparare, a diventare adulta.

‘Mia madre è un luogo. Intrusa in quella casa che per me era mia madre.’
Spieghiamo il senso più intimo di questa espressione?

E’ difficile separare le persone che abbiamo amato dai luoghi che abitano, tanto più quando le perdiamo. Fatalmente tutto ci parla di loro, e forse solo allora ci accorgiamo e ci interroghiamo su quanto una casa, che è il luogo per eccellenza, sia stata espressione di quella persona. Per la madre di Alice, poi, la casa, come scrivo, “era stata la forma nella quale giorno dopo giorno, come l’acqua la roccia, aveva scavato un luogo capace di contenerla in un calco perfetto”. Ma più in generale, le case sono delle coprotagoniste nel mio romanzo; raccontano le differenze incolmabili tra madre e figlia, lo scarto e lo scontro generazionale tra le due. Quella della prima, una casa borghese, piena di mobili e oggetti belli, in alcuni casi preziosi, parla di un benessere costruito nel tempo, di sicurezza economica, di una costruzione lineare; mentre le case in cui si muove Alice dicono una disaffezione nella consapevolezza che tutto è provvisorio, labile. Lei appartiene a una generazione precaria, condannata a vivere in un eterno presente, senza progettualità, orfana di futuro. Una generazione che per la prima volta è più povera di quella precedente.

Ricercare la bellezza in ogni dove. Questo è il segreto per godere appieno della vita?

No, non è esattamente così. La bellezza più che cercata va riconosciuta, nelle piccole cose del quotidiano come nelle sue grandiose rappresentazioni. Il primo movimento interiore di Alice avviene quando, inaspettatamente, trova un senso nel trascorrere un’intera mattina a curare i fiori e le piante che sono sul terrazzo della casa materna. Prima di allora non solo non le importava, ma neppure vedeva e riconosceva che quei fiori e quelle piante vivevano perché qualcuno le amava e se ne curava. Dunque, per rispondere alla tua domanda, ripeto le parole di una scrittrice che ho molto amato: Anna Maria Ortese. “Bisogna sempre stare vicino a qualcosa che cresce, che sia un giardino, un bambino o un libro, non importa”. Personalmente, non so cosa ne sarebbe stato di me senza i figli, i fiori, la scrittura…

Le lettere scritte dalla madre alla figlia Alice sono state un modo per colmare il vuoto fra queste generazioni così apparentemente distanti?

Senza quelle lettere, la madre sarebbe rimasta muta, con il solito carico delle tante cose non dette, taciute, omesse di qualunque rapporto che si pensa eterno. Mentre volevo dare a entrambe le protagoniste la possibilità di parlarsi, di continuare un dialogo che certamente era stato difficile, talvolta durissimo, ma esisteva. Questo perché credo che il rapporto madre-figlia sia il rapporto più necessario delle nostre vite. Quello a più alto voltaggio emotivo, anche quando è conflittuale, aspro, difficile.

Che funzione ha il rancore?

Nessuna. Non insegna niente, non produce niente. E’ il sentimento più inutilmente sterile che si possa provare.

Una madre e una figlia si possono ricongiungere solo in età adulta?

Questo non lo so, ogni rapporto è una storia a sé e cerco di evitare sempre le generalizzazioni. Però penso che arrivi sempre un momento nella vita.

iaia caputo2

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