C’era una volta un passero di Alejandra Costamagna

Copia di Passero_ebook

Quando un figlio subisce la separazione dei genitori avviene una frattura insanabile all’interno della propria famiglia d’origine e fra motivazioni più o meno plausibili e manifestazioni d’affetto che tendono a coprire una notevole mancanza, l’unica sensazione che si prova è quella di una profonda solitudine.

Questo è ciò che vive Jani, adolescente protagonista di “C’era una volta un passero”, libro edito dalla casa editrice Edicola e scritto da Alejandra Costamagna, una grandissima scrittrice cilena, nel quale le sensazioni che bruciano nell’animo, come se fossero a carne viva, non sono facilmente esternabili a parole:

“Un deserto amaro che arriva fino alle corde vocali” – sostiene Jani

I genitori, esseri umani con le loro imperfezioni e contraddizioni, minano infatti la quiete apparente di questa casa e quella notte Jani sente la paura divorarle dentro: scariche di mitra, vetri rotti, odore di spari e un padre che viene portato via, in un carcere, e fra lo sgomento e l’incredulità essi comprendono di essere diventati i parenti di un detenuto.

Lettere che giungono copiose si rivelano annunciatrici di tristi notizie e restano nel frattempo l’unico strumento che legittima l’attesa di un ritorno che forse non avverrà mai più. La famiglia è oramai fortemente intrisa di dolore e man mano anche questo dolore verrà trasformato in rassegnazione e nella costruzione di una nuova famiglia che la madre, incurante del parere delle figlie, si sente in dovere di ricreare perché forte è il peso di questa solitudine.

Sono gli anni del processo militare in Argentina e in Cile dove ogni dissidente politico viene arrestato senza possibilità di far ritorno a casa e ciò che Alejandra Costamagna riesce a descrivere con assoluta maestria è quella tensione emotiva, carica di pathos, che non si esplica a parole profuse in quantità ma è quasi omessa, muta, silenziosa, da rintracciare in quei pochi accorati sfoghi che Jani riesce ad esternare con domande che spesso non trovano risposta, con quegli sguardi carichi di malinconia e quella mano immaginaria, tesa e rivolta verso il cielo che implora il ritorno a casa del padre.

Così in un’atmosfera sospesa s’impara a convivere con il dolore e a capire che spesso la vita assume sembianze incomprensibili razionalmente e l’unico modo per rivolgere lo sguardo al futuro è far pace con mente e cuore affinché si possa imparare a vivere e a ricongiungerci con quella parte mancante di noi stessi che ci fa comprendere di essere figli, di voler restare aggrappati al nido nonostante la vita c’imponga di fare diversamente e di non esser ancora pronti per diventare adulti anche se là fuori c’è un mondo che ci aspetta.

In questo prezioso libriccino, intessuto di sensibilità e crudo realismo, si esplica il puro talento di Alejandra Costamagna che ha saputo dar voce ai sentimenti nella speranza di far comunicare le persone fra loro, troppo spesso caratterizzate da non detti che formano voragini e che alimentano un problema largamente diffuso al giorno d’oggi che è quello dell’incomunicabilità e della totale assenza di dialogo.

Leggiamo quindi “C’era una volta un passero” per capire che a volte un’emozione può disvelare un universo bellissimo che se condiviso può abbracciare le nostre solitudini ed alleggerirne il peso. 

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

A.Costamagna

C’era una volta un passero è un titolo dal significato allegorico. Che messaggio vuole comunicare?

Il titolo cita una frase della scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Lei raccontava che quando i suoi figli le chiesero perché non scriveva storie più tradizionali, con finali più felici, promise loro che ci avrebbe provato. E questo fu il risultato: “C’era una volta un passero. Dio mio”. Questo fu tutto quello che Lispector riuscì a scrivere. Ho scelto la prima parte di quella frase per il titolo di questo libro, non perché non creda nelle storie con un finale felice. O non solamente, per la precisione. Ma perché penso che nel silenzio che si produce tra l’annuncio della storia del passero e l’esclamazione di sconfitta (“Dio mio”) sono condensate le mie idee sulla scrittura. Perché quel punto fermo nella frase di Clarice Lispector (quello che divide l’inizio promettente dal finale aperto) ci porta a immaginare un universo infinito di possibilità. Come scrivere da quel piccolo silenzio armato di esperienze, idee e ricordi propri e altrui? Mi piace l’dea che l’aspettativa di raccontare una storia nel modo classico del “c’era una volta” poi si disarmi e atterri nel volo di un passero fiero. Più che comunicare un messaggio, quindi, quello che mi interessa è aprire un cammino di letture possibili per il libro.

Fra le righe si scorge l’allarmante periodo storico vissuto in quegli anni. Come mai la scelta di parlare proprio di quel periodo?

Quel periodo, quello degli anni ’70 in Chile, corrisponde a quello della mia infanzia. Questi non sono racconti autobiografici, ma raccolgono una tempra e un’atmosfera d’epoca precise. Se le protagoniste sono nate in quelli anni e riportano alla memoria episodi della loro infanzia, è inevitabile che i loro racconti siano attraversati dal contesto della dittatura. Mentre sperimentano rotture nella loro vita familiare, “dentro le mura”, vanno rivelando anche una rottura esterna; lo sgretolarsi di una società completa. Vale a dire, il periodo storico va mano nella mano con il momento personale dei personaggi. Qui, la macrostoria si fonde o dialoga con la microstoria. Mi interessava mettere a fuoco quell’angolo: quello delle risonanze della Storia con la maiuscola negli spazi dell’intimità e del quotidiano.

Quello di Jani è un racconto sofferto, ma nel suo silenzio obbligato traspare malinconia e smarrimento. Lei crede che i figli subiscano spesso in maniera passiva il comportamento errato dei genitori?

Il silenzio al quale si affrontano queste figlie le porta a intensificare la propria curiosità. Loro non son qui per giudicare né per regolare i conti con i loro genitori, ma per cercare un linguaggio personale che permetta loro di raccontarsi. Smettere di essere ricettivi e trasformarsi in soggetti attivi nella loro storia. Non le vedo in un ruolo passivo, ma al contrario: loro sono qui per attivare il loro presente di narrazione.

La madre rinuncia al marito per ovvi motivi e intraprende una relazione con Lucas che sembra restituirle una certa quiete. Non avrebbe potuto fare altrimenti ovvero cercare di tenere unita la famiglia?

Senza dubbio, le possibilità che ha la madre sono molteplici. Ma nel racconto non tento di giudicare la sua scelta, ma piuttosto a mettere a fuoco le conseguenze nello spazio intimo che hanno le diverse decisioni che prendono i personaggi. Io stessa non so come avrei agito se fossi stata al posto della madre. Quando decidiamo per qualcosa, perdiamo sempre, lasciamo qualcosa fuori. Il punto è farsi carico di quelle perdite.

Com’è cambiato il concetto di libertà negli anni?

Durante gli anni della dittatura si cercò di recuperare una libertà politica che era stata censurata. Ma una volta che arrivò la democrazia e si aprirono gli spazi di partecipazione cittadina, il concetto di libertà iniziò a essere abusato e presto sperimentò una sorta di privatizzazione. La libertà di offerta e domanda, la libertà di mercato, alla fine dei conti, hanno distorto un po’ il termine. E la sua connotazione economica tende a imporsi sull’uguaglianza di diritti, sull’equità e altri valori di oggi.

Definiamo il libro con tre aggettivi.

Silenzioso, improvviso, memore.

Perché leggere C’era una volta un passero?

Non so se questa risposta possa darla io.

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