Il colore dei papaveri di Manuela Mellini

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Elisa è una timida ragazza che vive in un piccolo paese della provincia romagnola, Castelfreddo, ed è solita trascorrere le sue giornate nella biblioteca in cui lavora perché ama circondarsi di libri che fungono da scudo contro il mondo esterno. Innamorata di un ragazzo per il quale nutre un profondo imbarazzo solo standogli vicino, combatte quotidianamente la sua dura battaglia per uscire dalla sua confort zone che la vede imbrigliata in insicurezze e fragilità emotive che le impediscono di vivere appieno la vita. Ma, come tutti ben sappiamo, il corso della vita molto spesso non viene deciso da noi ed ecco che complice un fantasma, un incarico insolito che la vede protagonista e il sostegno di un nonno, figura fondamentale alla quale appoggiarsi, ribaltano le sue poche certezze e diventano il motivo per cui non ci si arrende più alla paura ma si cerca di vivere la vita che si è sempre sognata.

Con un linguaggio carismatico e ricco di entusiasmo “Il colore dei papaveri”, romanzo scritto da Manuela Mellini e pubblicato dalla casa editrice Piemme, rappresenta il sogno romantico che dapprima viene idealizzato e che poi, grazie al coraggio, alla determinazione e ad un pizzico di fortuna, si realizza e tutta la fatica percepita durante il cammino come per magia scompare lasciando il posto all’ottimismo portatore di meravigliose sorprese.

D’altronde “La vita è come un campo di fiori. Solo standoci nel mezzo si può assaporare davvero.”

Di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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Raccontami come mai hai scelto per il tuo romanzo questo titolo e com’è nata l’idea della copertina che ne rispecchia assolutamente il senso?

Il titolo e la copertina sono il frutto di un bel lavoro di squadra che ha visto tre protagonisti: me, autrice; Piemme, l’editore; MalaTesta, la mia agenzia letteraria. L’idea del titolo, Il colore dei papaveri, è venuta da me, perché l’episodio a cui è riferito mi è molto caro ed è forse l’unico punto veramente autobiografico del romanzo. Nonostante questo, l’ho rimesso in dubbio migliaia di volte, sia perché so di essere una pessima titolista (quando distribuivano il dono della sintesi io probabilmente ero impegnata in altro…), sia perché effettivamente è molto difficile trovare un nome alla propria “creatura”. A volte uno sguardo esterno è più lucido di quello di chi ha vissuto da dentro tutto l’evolversi della storia, e in questo sono stati decisivi, appunto, editore e agenti. Quando io, a poche settimane dall’uscita del libro, mi disperavo di non aver ancora trovato un titolo soddisfacente, loro mi hanno fatto notare che invece, pur senza accorgermene, c’ero riuscita. La copertina è venuta di conseguenza: ho mandato a Piemme alcune immagini, brutalmente scaricate da Internet, per cercare di rendere il concetto che avevo in mente. Nell’arco di una mezz’ora, mi hanno mandato la copertina che poi è diventata quella definitiva. Confesso che quando l’ho vista mi sono persino commossa: non solo perché il mio romanzo finalmente appariva come un libro “vero”, ma perché in quel momento ho preso coscienza che quello che avevo scritto era davvero in grado di trasmettere qualcosa, senza bisogno di tramiti.

2) La protagonista del libro ha un carattere determinato, ma nello stesso tempo ha delle fragilità che si sono cicatrizzate nel tempo. Credi che nascondersi dietro a pile di libri l’abbia aiutata?

I libri sono un’invenzione davvero curiosa. Sono degli oggetti, questo è innegabile: hanno una loro fisicità, varie componenti chimiche (la carta, l’inchiostro…), persino un prezzo. Ma sono anche dei contenitori straordinari, che veicolano storie, passioni, informazioni, emozioni. A seconda di chi li ha scritti e di chi li legge, diventano di volta in volta un passatempo, una mania, uno strumento di propaganda o mille altre cose ancora. Per Elisa, la protagonista del mio romanzo, sono a tutti gli effetti un rifugio. Lei rinuncia ad affrontare la vita, un po’ per il dolore che ha dentro e un po’ per paura, e trova uno schermo nel suo lavoro (fa la bibliotecaria, quindi vive immersa nei libri) e nel quieto tran-tran quotidiano. Assorbe gli stimoli che i libri e i film le danno, ma non riesce a trasformarli in qualcosa di vivo, di suo.

3) Perché hai ambientato la storia in un piccolo paese di provincia?

Perché vengo da un piccolo paese di provincia, e sono convinta che questa sia una di quelle cose che, ovunque vai, ti restano marchiate addosso, fanno parte del tuo DNA. Vivo a Milano ormai da dodici anni, sto per trasferirmi a Berlino, eppure quando penso a una storia la mia fantasia vola là, in quell’angolo di Romagna in cui ho trascorso i miei primi 24 anni e in cui, ancora oggi, torno appena possibile. «Ma la terra con cui hai diviso il freddo mai più potrai fare a meno di amarla» scrive Vladimir Majakovskij. Forse c’era bisogno che me ne andassi per farmi innamorare nuovamente, e ferocemente, della mia terra. Al di là di tutto, però, ammetto che la provincia è un universo che mi affascina terribilmente. Penso che ci sia una sorta di fil rouge che unisce gli abitanti delle province di tutta Italia, vorrei dire del mondo. Il fatto di essere lontani dai posti in cui succedono le cose (della provincia, basta guardare un TG per accorgersene, si parla solo quando si verifica una qualche catastrofe o un efferato episodio di cronaca nera); del dover prendere la macchina ogni giorno per lavorare, uscire a divertirsi, studiare; del vivere in un micromondo in un certo senso confinato in se stesso, in cui abitare da una parte o dall’altra di una via o di un fiume cambia tutto, in cui tutti sanno tutto di tutti e se non lo sanno se lo inventano, be’… penso sia una sensazione comune a molti. Ed è proprio questo l’ambiente che mi interessava esplorare: quello diffuso a macchia d’olio in tutta la Penisola, ma ignorato.

4) La sua famiglia è un po’ sgangherata, ma il rapporto con il nonno la protegge dalle insidie della vita. Cos’è per te la famiglia?

Guarda, rispondo solo perché, arrivati a questo punto dell’intervista, spero che mia mamma abbia già smesso di leggere…

Scherzi a parte, è una domanda difficilissima, soprattutto di questi tempi. Personalmente non ho mai avuto un’alta considerazione della famiglia come istituzione, anzi. Credo che, quando entrano in ballo delle costrizioni (di natura sociale, politica e/o giudiziaria), ci sia sempre il rischio di scivolare in una catastrofe – cose a cui purtroppo assistiamo spesso. Quindi, eliminate tutte le sovrastrutture, rispondo nella maniera più semplice possibile: la famiglia per me è amore. È il rapporto unico, stretto, meraviglioso di persone che decidono di stare insieme perché insieme è tutto più bello, non perché sono in qualche modo vincolate a farlo. Il sangue e la genetica saranno importantissimi, non sono certo io a poter dire il contrario, ma l’imparare a condividere la vita, nonostante le difficoltà e le diversità, per me vale di più. Personalmente adoro la mia famiglia. Siamo pochi, tutto sommato: i miei genitori, due zii, due nonni, una cugina, me e mia sorella insieme ai nostri partner. Ma a darci manforte arrivano gli amici di una vita, i luoghi e le cose che abbiamo vissuto. Ed è così che, quando siamo insieme, mi sembra che diventiamo immensi.

5) Perché spesso si ha così paura di amare la vita come anche un partner?

Anche questa è una domanda difficile. Personalmente ho il problema contrario: mi butto a capofitto nelle cose che mi capitano con il rischio, spesso molto concreto, di sfracellarmi al suolo. E mi capita, oh se mi capita… Eppure per la mia protagonista ho scelto una vita diversa (per quanto si possa scegliere: quando arriva l’ispirazione e un pensiero ti entra in testa, è difficile muoverlo razionalmente verso qualche altra direzione). Elisa ha paura della vita, dell’amore, di lasciarsi andare. Perché? Perché teme di soffrire, e tutto sommato non stare male è più rassicurante che tentare (ma a che prezzo, poi?) di stare bene. C’è una regola universale: più ti esponi, più rischi di stare male. Un amico che ti tradisce, un progetto in cui hai messo l’anima che naufraga, una persona di cui sei pazzamente innamorata che non ti ricambia, una pianta che hai curato per anni che improvvisamente, chissà perché, muore… Sono tutte stilettate al cuore, che fanno un male cane.

Meglio allora non avere amici, progetti, amori, piante e quant’altro? Non lo so. Personalmente tifo per Elisa che, alla fine del libro, decide finalmente di buttarsi. Perché, come pensiamo entrambe, ne vale la pena.

6) È possibile ritrovare nel libro elementi che richiamino un’atmosfera sospesa quasi sognante, da favola?

Credo che gran parte di questa atmosfera sia da deputare alla già citata vita di provincia, che io chiaramente ho molto romanzato. Nell’insieme, è tutta una sorta di contro-sogno: c’è un castello che non è un castello con un fantasma che non è un fantasma, un amore che non è un amore e una famiglia che non è (più) una famiglia… e tutto intorno un mondo fatto di un mercato una volta alla settimana, un supermercato che chiude per pranzo, un comune, un cinema, una biblioteca, una psicologa che vive e opera lontana dal centro del paese perché se no chissà cosa pensa la gente, un cantante iper famoso che decide di onorare le sue origini… Sì, è un universo talmente vero che sembra finto, come quando si guarda un tramonto mozzafiato e si dice: “Sembra un quadro…”. E invece. La realtà a volte è ancora più bella della finzione.

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