Per Amore di Lisa Ginzburg

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Cosa si è disposti a fare per amore? Se lo chiede la scrittrice Lisa Ginzburg che nel suo nuovo libro “Per amore”, edito dalla casa editrice Marsilio, narra di un rapporto sentimentale vissuto sul filo del rasoio. 

Quella della giovane documentarista italiana, che vive a Parigi, e di Ramos, ballerino e coreografo è una storia sofferta sin dall’inizio. Le distanze geografiche come anche quelle sociali costituiscono una barriera difficile da abbattere, ma con la forza del loro amore cercheranno di riuscirci.

Ramos è un rubacuori, ha una natura carismatica ed è dotato di quel magnetismo raro che lo rende ancora più affascinante complice anche il fisico scolpito da ore di danza frenetica, ma il suo retaggio culturale rende purtroppo queste distanze ancora più incolmabili. Il Brasile e le favelas, gremite di gente semplice e povera, costituiscono le sue radici alle quali mai potrà rinunciare relegando ai margini la moglie che faticherà a trovare un clima familiare in questo microcosmo dove è difficile sentirsi parte integrante.

Lei costituisce l’esempio di donna coraggiosa che per amore mette in secondo piano le sue esigenze pur di salvare il suo matrimonio, ma Ramos nasconde una duplice natura: violenta, agressiva, repressa fatta di pulsioni che lo rendono irriconoscibile ai suoi occhi.

A questo punto della narrazione non si parla più solo di amore inteso come sentimento che tutto può, ma si oltrepassa un confine di amore e morte che rende il romanzo ricco di pathos e sfumature che scavano nell’indole umana. Ad un certo punto, l’uomo che sembrava essere così cristallino e puro non lo è più, ma diventa un estraneo che vaga con occhi sperduti in cerca della sua vera identità.

In questo caso una moglie innamorata come deve comportarsi?

Forse seguire il suo istinto perché quando ci si trova davanti ad una personalità così ingabbiata all’interno di una condizione che lo rende schiavo l’amore diventa cenere. Ci si allontana sempre più e quella promessa scambiatisi con tanto di giuramento non riuscirà a fermare il destino che farà un capitombolo verso l’abisso dal quale non si potrà più tornare indietro.

Ed ecco che l’unica cosa da fare è aggrapparsi a se stessi per poter reagire ed impossessarsi nuovamente di tutte quelle certezze che ci sembravano perdute. Nulla può minare la nostra dignità di donna nemmeno un grande amore perché il vero amore educa, accompagna e ci restituisce nella libertà la parte migliore di noi stessi.

Con un linguaggio potente, avvolgente e fluido, Lisa Ginzburg ha saputo confezionare un romanzo che mostra il lato oscuro dell’amore e pone l’attenzione sul significato di essere donna oggi capace di convivere con le proprie fragilità e di saperle trasformare in punti di forza ripartendo innanzitutto da se stessa.

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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Cosa spinge una donna ad annullarsi per amore?

Io non parlerei di “annullamento di sé” nel caso dell’amore che la protagonista del mio romanzo prova per il suo uomo. Piuttosto, di una forma di dedizione eccessiva, che la porta a trascurare la sua propria vita, specie quella professionale. Penso che l’eccedere in dedizione sino all’abnegazione e al sacrificio di sé, accada quando non si ha abbastanza forte un proprio “centro”, quel senso di sé che è spesso il lavoro (la realizzazione professionale) a dare, e prima ancora il modo come siamo stati “visti” e amati nell’infanzia. Possiamo amare “bene” nella misura in cui amiamo noi stessi per primi. Questa semplice verità, necessita, in certi percorsi di vita, di moltissimo tempo per venire imparata. A prezzi anche molto alti. Non saprei dire tuttavia se sia una caratteristica femminile. Certo l’autostima e il senso del proprio valore in una donna sono spesso meno pronunciati, meno coltivati che in un uomo; però conosco anche casi di eccesso di abnegazione maschile. Il punto, più che di “genere”, è di principio. Il punto è la qualità dell’amore. Un amore è “buono” (per dirla con Patty Pravo) nella misura in cui non ci allontana da noi stessi, anzi ci aiuta a focalizzare il nostro proprio centro, a conoscerci e gestirci meglio. Cosa spinge invece a esagerare, ad abnegarsi ? Spesso l’intuizione (magari inconsapevole) che l’amore che stiamo vivendo, “buono” non lo è del tutto: non sano, non in equilibrio con le nostre necessità profonde. Agiamo in eccesso per compensare un vuoto che sentiamo nella sostanza della relazione. Qualcosa non ci nutre veramente, e allora ci buttiamo nell’azione pur di convincerci di essere al contrario amati e, appagati.

Secondo lei, quando le distanze (geografiche e culturali) iniziano a diventare un ostacolo per una relazione in apparenza così stabile? 

Penso l’amore come uno straordinario strumento di conoscenza. E credo nella bellezza di innamorarsi di qualcuno che è molto diverso da noi, per origine, o estrazione sociale, o cultura. Ho una visione forse romantica, ma alla mia non tenera età ancora penso l’amore come reciproco completamento: integriamo parti “straniere” di noi stessi, nel momento in cui amiamo qualcuno per noi “straniero”. Detto questo, per durare nel tempo, una relazione certo deve basarsi anche su affinità più tangibili. Il sentimento da solo non basta, ha bisogno di venire alimentato con rispettive visioni della vita che si incontrino. Condividere delle concezioni generali, principi, interessi, passioni, è fondamentale. Anche per questo conta poter stare fisicamente vicini. Nella distanza, l’incanto della diversità può trasformarsi in maledizione della lontananza. E differenze culturali che nella vita quotidiana possono venire affrontate, gestite, anche superate, stando lontani invece si amplificano. Allontanano da chi si ama.

Chi è davvero Ramos?

Ramos è un uomo che non riesce a dirsi sino in fondo chi è. All’apparenza assolutamente “centrato”, riuscito nel lavoro, carismatico, molto amato e seguito da tante persone, è invece qualcuno che non ha davvero preso in mano il filo della propria vita. Sfugge a se stesso, senza trovare come confessarsi il suo essere più profondo, né il modo per accettarlo. Prima ancora che alla sua donna e ai suoi cari, è a se stesso che non dice la verità. Così la sua vita a un certo punto comincia a sfuggirgli dalle mani, a correre a un ritmo impazzito, sino a farlo distruggere. Un proverbio francese dice: “L’ombra, se non la afferri, prima o poi ti acchiappa lei”. Tutto quanto Ramos non riesce ad accettare di se stesso, preferendo nasconderlo, poi gli va contro, sino a condurlo a sfracellarsi in una brutta fine. In questo senso, così come nella vita è un grande maestro, un pedagogo, anche con l’orribile morte di cui è vittima, Ramos tramanda qualcosa. Un monito a non nascondersi, il suo testamento: per quanto possibile, la sua morte sembra dire, si deve trovare il modo per non dire a se stessi bugie su se stessi.

Perché la protagonista, nonostante sappia in cuor suo che la sua storia sia destinata a finire, accetta di subire questo tipo di violenza?

La sensazione che una storia d’amore possa finire, e come, e perché, penso accompagni tante relazioni. Quanto più due persone si conoscono l’un l’altra, tanto più i pericoli insiti nelle dinamiche possono apparire chiari. Quindi non saprei se la protagonista del mio romanzo “subisca una violenza”, ostinandosi a portare avanti un matrimonio via via sempre meno facile. Quel che lei prova è una progressiva, fortissima malinconia, perché vede ridursi le possibilità di essere felice con l’uomo che ama. Ma non per questo l’amore sbiadisce. Consapevolezza delle difficoltà, scoraggiamento e crescente pessimismo sulle possibilità di durare, non necessariamente tolgono forza all’amore. La protagonista del mio romanzo vede le distanze aumentare, gli equilibri vacillare anziché rafforzarsi. Ma non molla. Ama ancora, persevera. Non credo rappresenti un’eccezione. Tanti amori navigano costeggiando di continuo la possibilità del loro naufragio, che in questo caso arriva per via di una tragedia, l’assassinio di Ramos. Sono molte, credo, le storie d’amore che hanno inscritta nel loro svolgersi la preoccupazione circa il loro avvenire.

Il Brasile è un paese dalla forte personalità ma anche caratterizzato da una notevole complessità. L’europea Parigi invece mostra una certa stabilità emotiva. Come è stato possibile far convivere queste due realtà nel romanzo?

È vero, non ci avevo mai riflettuto in questi termini, ma certo nella storia che ho scritto, l’Europa appare come un luogo senza eccessi, e Parigi un meccanismo (un po’ anodino) tutto imperniato sull’autocontrollo, la misura. A un mondo latinoamericano sfrenato, che non conosce dominio di sé, dove l’espressione di qualsiasi stato d’animo è legittima, si contrappone un’Europa equilibrata. Come gli emisferi, speculari, questi due mondi si completano. Il Brasile è l’immediatezza, Parigi il contenimento. Tuttavia non credo sia così nella realtà, perché le cose sono come sempre più complicate. Non c’è misura che non si scontri con la verità di quel che è smodato e spontaneo, non c’è sfrenatezza che non si trovi prima o poi a sfracellarsi davanti alla forza del contenimento. Le due parti, nel mio libro coesistono insieme nel loro essere inconciliabili. A Parigi (dove vivo già da diversi anni), posso dire di avere imparato il valore del contentimento. Ma non si vive di quello soltanto: l’assenza di spontaneità genera nevrosi tanto quanto il vitalismo troppo disinibito. Geografia a parte, si tratta di far coesistere in se stessi le diverse parti, ed è un lavoro interiore spesso molto impegnativo.

Quale messaggio vuole comunicare ai lettori “Per Amore”?

Ho voluto raccontare una storia dolorosa tracciando un percorso di lutto come introspezione, ricostruzione “a posteriori”, comprensione, perdono. Se c’è un messaggio (una parola verso la quale sempre nutro un certo sospetto), in “Per amore”, è che ogni essere umano è un mistero. E che amare significa rispettare quel mistero, anche quando in modo così drammatico e traumatico può accadere di perdere la presenza fisica di una persona molto amata. Qualcuno che muore per essersi “perso”, qualcuno da ricordare per sempre rispettando il segreto e le contraddizioni che tormentosamente gli vivevano dentro. Amare è di per sé un mistero, e amare è anche amare il mistero che è l’altro. Anche quando quel mistero fa male, male sino a morire. Anche quando scoprirlo, per chi resta, è devastante. Per amore si guarda negli occhi tutto, e si sceglie di raccontarlo. Tutto: la vita e la morte, quel che è stato e quel che non è più.

 

 

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