Haiku e Sakè (in viaggio con Santoka) di Susanna Tartaro

haiku

“Haiku e sakè (in viaggio con Santoka)”, pubblicato da Add, è un libro straordinario perché è capace di tradurre in parole la poesia racchiusa nell’intero universo che trova la sua massima espressione negli haiku, versi giapponesi la quale bellezza consiste nella loro brevità e ad avere come punto di riferimento il ciclico fluire delle stagioni.

Susanna Tartaro, autrice del libro e curatrice del programma radiofonico Fahrenheit dedicato ai libri e alla cultura e in onda su Radio3, ci conduce in un viaggio spazio-temporale facendoci conoscere, sin dalle prime pagine, un personaggio insolito e sconosciuto ai più: Santoka.

Quest’uomo viene descritto con dovizia di particolari ed immediatamente diventa familiare. Ha i sandali infagati per aver camminato a lungo, un bastone che lo sorregge durante il percorso, un cappello di bambù legato dietro la schiena che lo ripara dalle intemperie, la sacca delle elemosine e la faschietta di sakè, la sua bevanda preferita.

In questo viaggio in solitaria, il monaco buddista Santoka, vissuto fra il XIX e il XX secolo, cammina e compone haiku sul suo diario osservando il mondo circostante. E’ un pellegrinaggio costituito da insidie e da disagi fisici, ma la contemplazione del paesaggio è fonte di nutrimento per la sua anima.

Grazie agli haiku, Susanna ha imparato ad ottenere un punto di vista privilegiato ed osserva il mondo da un’altra prospettiva. La caotica Roma, nella quale vive, ha caratteristiche ben diverse dal mite Giappone, ma un fil rouge può essere trovato. Infatti Santoka, così come gli altri maestri giapponesi, c’insegna a trasformare l’imperfezione che caratterizza il vivere quotidiano e a scovare la bellezza che spesso si cela anche nei minimi dettagli più insignificanti.

Presi come siamo dalla frenetica routine, fermiamoci per un attimo, contempliamo le strade, i luoghi che ci appartengono o anche i territori ancora sconosciuti ed impariamo a familiarizzare con il concetto di meraviglia. Tendiamo il nostro orecchio, gettiamo lo sguardo all’orizzonte e coloriamo con note positive ciò che sembrava così minaccioso. Noteremo come ogni cosa possa apparire bella solo avendo un animo predisposto a scorgere la potenza straordinaria che ci comunicano gli oggetti o le persone intorno a noi e magari, perché no, possiamo per un attimo sederci in disparte e scrivere un haiku che sappia di amore, pace e meraviglia. Avremmo così colto il segreto primo per vivere in armonia con l’intero universo.

Vi ricordo che il libro verrà presentato in anteprima giorno 27 ottobre 2016. Cliccando sul link avrete tutte le informazioni che vi servono.

Qui di seguito potete leggere l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

susanna-tartaro

Da dove nasce la passione per il Giappone e per Santoka in particolare?

La passione per il Giappone mi arriva dalla letteratura ma anche dalla cultura, dall’estetica di questo Paese. La sua “eleganza frigida”, come la chiamava Goffredo Parise, è per me motivo di grande seduzione proprio perché così lontana dal mio sentire, dal mio temperamento. Osservare il processo di stilizzazione degli elementi spirituali e cosmologici, provare a capirlo mettendolo in dialogo con la mia esperienza, con la quotidianità o con la notizia del giorno, come accade nel DAILYHAIKU ormai da tre anni, è diventato il mio modo di osservazione prediletto. A Santōka ci sono arrivata leggendo gli haiku del suo maestro Shiki (1867-1902), il monaco zen che amava i kaki, frutto di cui era ghiotto e a cui ha dedicato tanti componimenti. Uomo rigoroso e coltissimo, molto malato, Shiki morì prestissimo, a trentacinque anni, dopo una breve esperienza di giornalista culturale. Il fatto che a lui si debba l’invenzione del termine “haiku” lo ha reso popolare , e quindi tradotto, anche in Italia e, leggendo leggendo, anzi leggendo e rileggendo (un haiku bisogna rileggerlo per capirlo bene e si fa fatica a tenerlo a mente!) e soprattutto facendo dialogare haiku classici – quelli di Shiki, ma anche di Bashō, di Issa Kobayashi, di Uchida, di Kuroda… – con la notizia del giorno come faccio per il blog, sono arrivata a Santōka. In Italia sono stata la prima a tradurne gli haiku e alcuni frammenti tratti dal suo diario di viaggio. L’ho fatto dall’inglese, da testi che ho trovato pubblicati da una casa editrice universitaria americana. Chi è Santōka? Per me, prima di tutto è l’anti-testimonial del monaco buddista come siamo abituati a immaginarlo. Santōka non aveva l’illuminazione se non, come lui stesso afferma, quando beveva saké. Era alcolizzato, oggi lo diremmo un drop out. Seminava fallimenti uno dopo l’altro: un’infanzia infelice, il matrimonio finito miseramente come i due esercizi commerciali che aveva intrapreso, l’abbandono della famiglia e del figlio di cui sentirà il rimorso per tutta la vita. Fallì anche come suicida: il treno si fermò in tempo. Con il suo basto di disperazione e alcol, a Santōka rimane solo una cosa: camminare. E questa sua viandanza, disperata e luminosa, l’ho calata nell’oggi, tra le mie cose. Nel libro, insieme attraversiamo Roma in motorino, ci fermiamo nel traffico o in fila alla posta, raggiungiamo la mia redazione, entriamo dentro Radio3. Ed è sempre con gli haiku di Santōka in testa che arrivo ad altri poeti, a parlare degli scrittori che amo, dei miei amici o dei miei affetti. Una guida, un amico immaginario che mi aiuta a riflettere e che mi indica un modo di osservazione della realtà. Questa. La mia.

“Gli haiku possono svelare una verità altra sulle cose”. Quale?

Se svelano qualcosa non lo so, comunque non più di quanto faccia la letteratura in genere. Comunque, sì, gli haiku possono offrirci una lettura anche del nostro mondo, godendo di una sintesi straordinaria e, nel contempo, di un’apertura di senso che può essere infinita. Lì dentro, in quei tre versi brevissimi, c’è posto per molto del nostro sentire, basta approfittare degli spazi bianchi tra una parola e l’altra. Ma tutti i grandi della letteratura offrono spazi bianchi per noi. Basta, quando andiamo in libreria, cercarli bene senza farci confondere dalla paccottiglia in giro.

“L’haiku ai tempi di twitter è possibile.” Cosa li accomuna e perché la scelta di inserire delle immagini all’interno del libro?

L’haiku nella sua forma classica (3 versi di 5-7-5-sillabe) si presta alla velocità che il nostro presente impone unendo la brevità di twitter con le immagini di instagram. L’haiku è una forma poetica dalla grande forza icastica ma a me non è bastato. All’immagine che evoca, infatti provo ad aggiungerne un’altra ancora, di quelle fatte al volo con il cellulare. Ed ecco che il senso, il significato profondo può cambiare ancora. E ancora…

Come gli haiku possono aiutare ad affrontare la realtà di oggi?

Non so come gli haiku possano aiutare, quindi tornerei sulla letteratura. E’ leggere che ci aiuta, che mi aiuta. Leggo perché sono in cerca di domande, non di risposte sulla mia vita. Risposte me le danno tutti, tutti sono capaci. All’epoca dei social, di FB, poi non ne parliamo: siamo tutti capaci di dire, consigliare, annunciare, giudicare tutto e di tutto. Sono le domande difficili da trovare. E, in questo, un haiku come un grande scrittore di quelli seri, come un grande romanzo o una poesia, può aiutarmi.

Quale haiku accompagna le tue giornate? 

Cuscino di pietra

accompagno

nuvole

E’ di Santoka, sempre in grado di osservare le cose da un altro punto di vista.

 

Annunci

Un pensiero su “Haiku e Sakè (in viaggio con Santoka) di Susanna Tartaro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...