Le ragazze di Emma Cline

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“Le ragazze”, scritto da Emma Cline e pubblicato dalla casa editrice Einaudi, è un libro sconvolgente che ci fa riflettere sull’assurdità del male. Siamo abituati ai soliti cliché che descrivono l’epoca hippie, quella dei cosiddetti figli dei fiori, come un’epoca nella quale s’inneggiava alla libertà di corpo e spirito seguendo il mantra del peace&love, ma di quegli anni caratterizzati dall’assunzione di droga ed alcol e da quel senso di fratellanza che si respirava nelle comuni, ci è sfuggito quel sentimento di solitudine e odio provato talvolta dai ragazzi dell’epoca. Un odio che si misurava purtroppo con la vita di tutti i giorni ed ogni cosa era percepita come uno sfregio che veniva fatto all’anima.

Le ragazze di Emma Cline, Suzanne, Helen, Donna e per ultima Evie sono tutte giovani donne con una personalità fragile da far paura. Vivono in questo ranch e adorano Russell, una specie di guru che le sottomette solo con la forza penetrante del suo guardo obbligandole per giunta a vivere nella miseria perché questo fa comunità e facendole commettere qualsiasi atto impuro in nome di una vita senza schemi, in barba ad una società troppo bigotta dominata dal capitalismo e che per tutte queste molteplici ragioni non doveva essere assolutamente rispettata e quello che si doveva compiere era un atto rivoluzionario che falciasse alla base il sistema corrotto che si era creato alla fine degli anni ’60.

Nel ranch infatti viene bandita ogni regola, la condivisione è il solo diktat che si rispetti e tutto è legittimato dalla forza dirompente dell’amore che rende gli animi liberi di amarsi vicendevolmente.

Quello che ci viene descritto è un ritratto raccapricciante di giovani alla deriva, persi nei loro ideali che alimentano solo un senso profondo di smarrimento che purtroppo finirà tragicamente senza aver pensato alle conseguenze delle loro azioni.

Rattrista maggiormente il ritratto che viene delineato di queste famiglie assenti, egocentriche e perbeniste che guardano il viso dei loro figli e non si accorgono del male che li logora dentro, un male che li lobotomizza e li rende schiavi di comportamenti errati che vengono messi in atto solo per attirare l’attenzione e per sentirsi amati e la Cline ha saputo perfettamente cogliere l’essenza di una società che ha sicuramente dei parallalismi con quella odierna dove osserviamo genitori troppo distratti per accorgersi che i loro figli hanno bisogno d’aiuto e chiedono solo di essere ascoltati.

“Volevo solo essere guardati.”– ammette Evie.

“Le ragazze” è dunque un romanzo che descrive uno spaccato di vita che ha visto protagonista un’intera generazione e che deve farci riflettere sull’assenteismo deleterio per le giovani generazioni le quali hanno bisogno di stabili punti di riferimento per poter crescere nella consapevolezza che la solidità derivi principalmente dal loro nucleo familiare.

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Rosso Parigi di Maureen Gibbon

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Rosso Parigi, romanzo scritto da Maureen Gibbon, è un libro audace che racchiude fra le pagine un amore incondizionato per l’arte e per tutto ciò che è vita in movimento ritratta nelle tele del pittore Manet, avanguardista e padre della corrente artistica dell’Impressionismo.

Sua musa per eccellenza fu Victorine Meurent, model de profession, che posò per lui e fu colei che rappresentò la parte di una prostituta nel quadro celeberrimo Olympia divenuto, insieme alla Colazione sull’erba, uno dei capolavori del pittore e manifesto della corrente artistica che si diffuse in Francia nella seconda metà dell’800 e che per il soggetto nudo ritratto destò all’epoca scalpore.

La scrittrice è riuscita in maniera magistrale a delineare una vita vissuta dietro le quinte facendoci scoprire quali fasi pittoriche venivano messe in pratica dall’artista che doveva raffigurare il soggetto scelto. La sua Olympia ha tratti decisi, sfrontati, indossa un fiore fra i capelli e un nastrino nero intorno al collo e giace nuda sulla dormeuse presente nello studio di Manet. La predilezione per il colore che, come creta nelle mani del pittore prende forma, e la soggettività espressa dal soggetto scelto e che non viene camuffata ma resa evidente a colpi di pennello, sono gli elementi chiave che delineano le caratteristiche dell’Impressionismo e persino l’ausilio della fotografia permetteva all’artista di avere i contorni ben definiti e di riprodurli a piacimento dando libero sfogo alla propria creatività.

Ardito è l’intreccio amoroso che nasce fra una seduta pittorica e l’altra perché il sacro fuoco dell’arte arde nei cuori dei due artisti. Anche Victorine lo era e poteva condividere con Manet la stessa sua passione. Nata da una famiglia dalle umili origini ha saputo riscattare la sua figura di donna e crearsi una sua indipendenza diventando un simbolo dell’emancipazione femminile di fine ‘800. Cosa che invece l’amica del cuore Nise che viene citata a lungo nella prima parte del libro non è mai riuscita a fare.

Irriverente ragazza diciassettenne con le idee chiare e i capelli rossi “ho diciassette anni e non sono uguale a nessun altro” che imparò a vivere grazie alla dura legge della strada “il mio giardino sono state le strade” e con un’ambizione tale da farla diventare prima modella professionale (Degas e Stevens l’ebbero come musa) e poi pittrice di quadri.

Un modello sicuramente positivo di donna che vede sbocciare il suo talento pian piano ed innamorarsi appassionatamente del suo maestro e mentore dal quale imparò i segreti della pittura ed un amore sconfinato mai provato prima.

C’era una volta un passero di Alejandra Costamagna

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Quando un figlio subisce la separazione dei genitori avviene una frattura insanabile all’interno della propria famiglia d’origine e fra motivazioni più o meno plausibili e manifestazioni d’affetto che tendono a coprire una notevole mancanza, l’unica sensazione che si prova è quella di una profonda solitudine.

Questo è ciò che vive Jani, adolescente protagonista di “C’era una volta un passero”, libro edito dalla casa editrice Edicola e scritto da Alejandra Costamagna, una grandissima scrittrice cilena, nel quale le sensazioni che bruciano nell’animo, come se fossero a carne viva, non sono facilmente esternabili a parole:

“Un deserto amaro che arriva fino alle corde vocali” – sostiene Jani

I genitori, esseri umani con le loro imperfezioni e contraddizioni, minano infatti la quiete apparente di questa casa e quella notte Jani sente la paura divorarle dentro: scariche di mitra, vetri rotti, odore di spari e un padre che viene portato via, in un carcere, e fra lo sgomento e l’incredulità essi comprendono di essere diventati i parenti di un detenuto.

Lettere che giungono copiose si rivelano annunciatrici di tristi notizie e restano nel frattempo l’unico strumento che legittima l’attesa di un ritorno che forse non avverrà mai più. La famiglia è oramai fortemente intrisa di dolore e man mano anche questo dolore verrà trasformato in rassegnazione e nella costruzione di una nuova famiglia che la madre, incurante del parere delle figlie, si sente in dovere di ricreare perché forte è il peso di questa solitudine.

Sono gli anni del processo militare in Argentina e in Cile dove ogni dissidente politico viene arrestato senza possibilità di far ritorno a casa e ciò che Alejandra Costamagna riesce a descrivere con assoluta maestria è quella tensione emotiva, carica di pathos, che non si esplica a parole profuse in quantità ma è quasi omessa, muta, silenziosa, da rintracciare in quei pochi accorati sfoghi che Jani riesce ad esternare con domande che spesso non trovano risposta, con quegli sguardi carichi di malinconia e quella mano immaginaria, tesa e rivolta verso il cielo che implora il ritorno a casa del padre.

Così in un’atmosfera sospesa s’impara a convivere con il dolore e a capire che spesso la vita assume sembianze incomprensibili razionalmente e l’unico modo per rivolgere lo sguardo al futuro è far pace con mente e cuore affinché si possa imparare a vivere e a ricongiungerci con quella parte mancante di noi stessi che ci fa comprendere di essere figli, di voler restare aggrappati al nido nonostante la vita c’imponga di fare diversamente e di non esser ancora pronti per diventare adulti anche se là fuori c’è un mondo che ci aspetta.

In questo prezioso libriccino, intessuto di sensibilità e crudo realismo, si esplica il puro talento di Alejandra Costamagna che ha saputo dar voce ai sentimenti nella speranza di far comunicare le persone fra loro, troppo spesso caratterizzate da non detti che formano voragini e che alimentano un problema largamente diffuso al giorno d’oggi che è quello dell’incomunicabilità e della totale assenza di dialogo.

Leggiamo quindi “C’era una volta un passero” per capire che a volte un’emozione può disvelare un universo bellissimo che se condiviso può abbracciare le nostre solitudini ed alleggerirne il peso. 

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

A.Costamagna

C’era una volta un passero è un titolo dal significato allegorico. Che messaggio vuole comunicare?

Il titolo cita una frase della scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Lei raccontava che quando i suoi figli le chiesero perché non scriveva storie più tradizionali, con finali più felici, promise loro che ci avrebbe provato. E questo fu il risultato: “C’era una volta un passero. Dio mio”. Questo fu tutto quello che Lispector riuscì a scrivere. Ho scelto la prima parte di quella frase per il titolo di questo libro, non perché non creda nelle storie con un finale felice. O non solamente, per la precisione. Ma perché penso che nel silenzio che si produce tra l’annuncio della storia del passero e l’esclamazione di sconfitta (“Dio mio”) sono condensate le mie idee sulla scrittura. Perché quel punto fermo nella frase di Clarice Lispector (quello che divide l’inizio promettente dal finale aperto) ci porta a immaginare un universo infinito di possibilità. Come scrivere da quel piccolo silenzio armato di esperienze, idee e ricordi propri e altrui? Mi piace l’dea che l’aspettativa di raccontare una storia nel modo classico del “c’era una volta” poi si disarmi e atterri nel volo di un passero fiero. Più che comunicare un messaggio, quindi, quello che mi interessa è aprire un cammino di letture possibili per il libro.

Fra le righe si scorge l’allarmante periodo storico vissuto in quegli anni. Come mai la scelta di parlare proprio di quel periodo?

Quel periodo, quello degli anni ’70 in Chile, corrisponde a quello della mia infanzia. Questi non sono racconti autobiografici, ma raccolgono una tempra e un’atmosfera d’epoca precise. Se le protagoniste sono nate in quelli anni e riportano alla memoria episodi della loro infanzia, è inevitabile che i loro racconti siano attraversati dal contesto della dittatura. Mentre sperimentano rotture nella loro vita familiare, “dentro le mura”, vanno rivelando anche una rottura esterna; lo sgretolarsi di una società completa. Vale a dire, il periodo storico va mano nella mano con il momento personale dei personaggi. Qui, la macrostoria si fonde o dialoga con la microstoria. Mi interessava mettere a fuoco quell’angolo: quello delle risonanze della Storia con la maiuscola negli spazi dell’intimità e del quotidiano.

Quello di Jani è un racconto sofferto, ma nel suo silenzio obbligato traspare malinconia e smarrimento. Lei crede che i figli subiscano spesso in maniera passiva il comportamento errato dei genitori?

Il silenzio al quale si affrontano queste figlie le porta a intensificare la propria curiosità. Loro non son qui per giudicare né per regolare i conti con i loro genitori, ma per cercare un linguaggio personale che permetta loro di raccontarsi. Smettere di essere ricettivi e trasformarsi in soggetti attivi nella loro storia. Non le vedo in un ruolo passivo, ma al contrario: loro sono qui per attivare il loro presente di narrazione.

La madre rinuncia al marito per ovvi motivi e intraprende una relazione con Lucas che sembra restituirle una certa quiete. Non avrebbe potuto fare altrimenti ovvero cercare di tenere unita la famiglia?

Senza dubbio, le possibilità che ha la madre sono molteplici. Ma nel racconto non tento di giudicare la sua scelta, ma piuttosto a mettere a fuoco le conseguenze nello spazio intimo che hanno le diverse decisioni che prendono i personaggi. Io stessa non so come avrei agito se fossi stata al posto della madre. Quando decidiamo per qualcosa, perdiamo sempre, lasciamo qualcosa fuori. Il punto è farsi carico di quelle perdite.

Com’è cambiato il concetto di libertà negli anni?

Durante gli anni della dittatura si cercò di recuperare una libertà politica che era stata censurata. Ma una volta che arrivò la democrazia e si aprirono gli spazi di partecipazione cittadina, il concetto di libertà iniziò a essere abusato e presto sperimentò una sorta di privatizzazione. La libertà di offerta e domanda, la libertà di mercato, alla fine dei conti, hanno distorto un po’ il termine. E la sua connotazione economica tende a imporsi sull’uguaglianza di diritti, sull’equità e altri valori di oggi.

Definiamo il libro con tre aggettivi.

Silenzioso, improvviso, memore.

Perché leggere C’era una volta un passero?

Non so se questa risposta possa darla io.

Il magico potere della traduzione raccontato da Stefania Marinoni

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Tradurre un libro richiede costanza, impegno ed una forte passione per le lingue e la letteratura in generale e l’adattamento di ogni parola dall’inglese all’italiano ad esempio o di qualsiasi altra lingua utilizzata comporta un lavoro certosino che consiste nel far combaciare spesso il significato con il significante.
In particolar modo, il mestiere del traduttore c’introduce in un universo letterario proveniente per l’appunto da paesi stranieri che faticheremmo a conoscere se il libro non fosse stato tradotto nella nostra lingua d’origine proprio perché non tutti sono a conoscenza di una seconda lingua e ne hanno dimestichezza.

Ricordo che leggere un romanzo in lingua originale aveva un sapore speciale perché mi riportava nell’habitat originario dell’autore ed imparare a conoscere le sfumature linguistiche della lingua inglese o francese era un’emozione senza pari.

Successivamente, ho iniziato a far caso al lavoro dei traduttori che svolgono un ruolo fondamentale nella riuscita di un libro ben scritto senza per nulla scavalcare l’autorità del singolo autore, così ho deciso di rendere merito alla loro figura professionale così preziosa ed oggi ho voluto intervistare la bravissima traduttrice Stefania Marinoni che fra i tanti libri tradotti ha nel suo portfolio “Chi di noi” libro edito dalla casa editrice Nottetempo e scritto dal grandissimo Mario Benedetti.

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Qui di seguito potrete leggere l’intervista che Stefania Marinoni mi ha gentilmente concesso.

Buona lettura!

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1) Cos’è per te la traduzione?

Considero la traduzione una sfida ai limiti del linguaggio, da affrontare con entusiasmo e fantasia, ma anche senso di responsabilità verso l’autore e i futuri lettori. Inoltre la traduzione per me è un lavoro e credo sia importante non dimenticarsene mai. Solo così riusciremo a superare quello che definisco “il paradosso del traduttore”: la consapevolezza di svolgere un lavoro privilegiato in condizioni tutt’altro che privilegiate.

2) Traduci dall’inglese e dallo spagnolo all’italiano quale lingua trovi più musicale?

Lo spagnolo è senza dubbio una lingua più affine all’italiano e siamo portati a riconoscerne immediatamente la musicalità. Tuttavia, l’inglese riserva maggiori sorprese: molti testi hanno un ritmo interno che può sfuggire a una lettura frettolosa. Come dice Franca Cavagnoli, è importante cogliere la voce del testo.

3) I due idiomi, inglese e spagnolo, provengono da due ceppi linguistici diversi: l’uno è germanico, l’altro è romanzo.
Che differenze possiamo cogliere traducendoli?

Tradurre dall’inglese richiede uno sforzo maggiore, perché spesso è necessario modificare la struttura sintattica della frase: in un certo senso, questo lascia maggiore spazio al traduttore, che deve operare più scelte. L’affinità tra spagnolo e italiano, entrambe lingue romanze, fa sì che a volte ci sia una corrispondenza quasi completa tra la frase originale e quella tradotta e non è necessario intervenire sulla sintassi. Di contro, i falsi amici sono sempre dietro l’angolo!

4) Di quali e quante fasi è composta una traduzione?

Bella domanda: dipende molto dal testo che traduco. Di solito parto da una fase preliminare che comprende la lettura del libro in originale e una ricerca sull’autore e sulle eventuali opere già tradotte in italiano, poi c’è la fase di stesura della traduzione a cui seguono l’autorevisione e la rilettura finale. Per certi autori, penso ad esempio a Mario Benedetti, la fase di ricerca è stata molto importante, mentre quando ho tradotto autori con poche opere all’attivo o non tradotti in Italia questo passaggio è stato inevitabilmente più breve. Per me la fase più importante è la traduzione: cerco sin dalla prima stesura di produrre subito un testo, se non pubblicabile, almeno leggibile. Sembra banale ma so di molti colleghi che, invece, fanno una prima traduzione molto approssimativa per poi rivedere e rileggere più volte il testo, affinandolo via via. Immagino sia una questione di abitudine, o di carattere: io tendo ad annoiarmi facilmente e ho sempre bisogno di novità. Dev’essere per questo che non amo la fase di rilettura 🙂

5) A quale libro sei più affezionata?

La sfilata dell’amore di Sergio Pitol, pubblicato da gran vía edizioni. Mentre frequentavo il Master in Traduzione Letteraria all’Università di Siena, il mio professore di traduzione dallo spagnolo, Antonio Melis, mi ha proposto di tradurre le prime pagine del libro come esercitazione. Mi sono immediatamente innamorata dello stile di Pitol e ho promesso a me stessa che, prima o poi, avrei trovato un editore disposto a farmi tradurre quel romanzo. E dopo due anni il sogno si è avverato!

6) Puoi raccontarci qualche aspetto divertente del tuo lavoro?

Pensando a come rispondere a questa domanda, mi sono resa conto che la traduzione editoriale dev’essere proprio un lavoro solitario, dato i momenti più piacevoli vengono sempre dal contatto con altre persone. Se c’è una cosa che non smette di divertirmi, è la disponibilità e l’umiltà degli scrittori sudamericani: quando mi capita di scrivere a qualcuno di loro faccio sempre del mio meglio per scrivere un’e-mail educata e formale; spesso sono anche professori universitari e di certo nessuno di noi scrive a un professore italiano che non conosce dandogli del tu. Immancabilmente, l’autore di turno mi risponde con entusiasmo, come se ci conoscessimo da anni, iniziando con un “Querida Stefania” e concludendo con l’immancabile “Un gran abrazo”.

7) Quali saranno i tuoi prossimi impegni?

Giovedì 7 aprile sarò a Roma all’Istituto Italo – latino Americano insieme a Francesco Fava e Sebastiano Triulzi per parlare della mia traduzione di Chi di Noi (di Mario Benedetti, edito da Nottetempo) alla presenza, tra gli altri, dell’ambasciatore dell’Uruguay. Confesso che sono già emozionata.
Lunedì 11 aprile, invece, alla libreria Marabuk di Firenze presenterò Riccardo Duranti, che ci parlerà della sua traduzione delle poesie di John Berger (Il fuoco dello sguardo, Coazinzola Press). Anche qui l’emozione è grande: presentare un traduttore come Riccardo è un vero onore per me!
E poi naturalmente ci sono le fiere editoriali, come la Bologna Children’s Book Fair (4-7 aprile), i convegni come Italiano Corretto (Pisa, 15-16 aprile) e altre presentazioni in cantiere… Come si dice, stay tuned!

Mistero a Villa del Lieto Tramonto di Minna Lindgren

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Mistero a Villa del Lieto Tramonto” è un libro edito dalla casa editrice Sonzogno e scritto dalla brillante penna di Minna Lindgren che sin dalla copertina pone il lettore in una condizione di sano e gioviale umorismo che si denota dai bei colori perfettamente combinati insieme, dal paesaggio urbano che fa da sfondo e da queste tre pimpanti vecchiette che chiacchierano amabilmente appoggiandosi al loro gracile bastone.
La copertina infatti è come se fungesse da anticamera per accogliere il lettore all’interno della trama che si dirama tra le pagine ed è talmente invitante e fumettistica da far pregustare una storia allettante ricca di colpi di scena.

Minna Lindgren è considerata la Agatha Christie del Nord essendo di origine finlandese ed anche perché alla base dei suoi racconti c’è sempre un giallo da risolvere con arguzia, acuto senso dell’umorismo e ingegno.

Protagoniste di “Mistero a Villa del Lieto Tramonto” sono tre arzille vecchiette residenti in questa casa per anziani dal nome alquanto bizzarro come se invecchiare fosse cosa lieta e gradita.
Siiri è una dattilografa in pensione, Anna-Liisa un’ex professoressa di lingua e grammatica finlandese e poi c’è Irma che ama scandire il tempo col suono “tic tac, tic tac” per esorcizzare la morte cosa che fa sorridere le amiche.
I giorni alla villa trascorrono soliti e nessun abitante si rassegna all’idea della morte. Siiri, ad esempio, legge sempre il giornale ed ascolta i programmi radiofonici del mattino “abitudini che la facevano sentire ancora parte del mondo”; altri vanno in giro in vestaglia, mangiano ciò che vogliono o giocano a carte perché l’imperativo è quello di non arrendersi mai. I giri in tram ad esempio diventano un piacevole diversivo per scorgere la vita che ruota attorno e così essere sempre attivi ed energici.

Anche perché uno degli aspetti negativi della vecchiaia è quel senso di solitudine che coinvolge ogni persona anziana. Irma chiama tesorini i suoi figli e nipoti, ma proprio loro hanno venduto il suo appartamento e l’hanno sistemata nella villa perché non possono occuparsi di lei.

Ma la routine quotidiana viene stravolta dalla morte di un giovane aiuto cuoco che suscita molti dubbi e perplessità. Le tre amiche infatti mosse dal loro infallibile sesto senso iniziano ad indagare e scoprono che la villa è in realtà una copertura per giri più loschi dove il business e la malavita hanno preso piede.

Cosa c’è all’origine del mistero non posso di certo svelarlo, ma la scrittura della Lindgren così velata di umorismo e di ironia ci svela un mondo di soprusi che spesso scorgiamo dalle notizie di cronaca: anziani considerati come numeri e dimenticati dalle famiglie d’origine che non hanno neanche il tempo di andare a trovare i loro cari per far loro una carezza mostrano una realtà riprovevole.
Ma oggi, fortunatamente, la vecchiaia non è più sinonimo di decadimento o di demenza senile, ma di riscatto.
La vita non è assolutamente giunta al capolinea e il fattore età è puramente soggettivo perché è vero il detto che “ognuno ha l’età che dimostra” e l’anzianità di una persona determina quella saggezza che può essere messa a servizio dei più piccoli.
Così lo scorrere del tempo non sarà più un fastidioso ticchettio dell’età che avanza, ma un avvicendarsi di giorni da vivere nella piena consapevolezza di essere finalmente se stessi senza maschere né orpelli.

Qui di seguito l’intervista che Valentina Cinetto, illustratrice talentuosa del libro, mi ha gentilmente concesso e leggendola scoprirete delle anticipazioni sul prossimo libro della serie in uscita il 14 aprile in tutte le librerie dal titolo “Fuga da Villa del Lieto Tramonto”.

Buona lettura!

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1) Hai uno stile ben definito che colpisce per l’immediatezza e i tratti riconoscibili per la loro delicatezza ed essenzialità.
Come può essere definito il tuo stile?

Sono felice che trasmetta tali sensazioni, qualcuno l’ha definito Naïf e credo di riconoscermi in questo stile, non tanto per il significato etimologico della parola, quanto per l’atmosfera che crea questo tipo d’illustrazione.

2) Il mestiere di illustratrice è un mestiere di concetto nel quale tecnica e fantasia si mescolano.
Di quante fasi è composto il tuo lavoro e quali sono?

Prendo come esempio “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” di Gondry, il ritmo cresce, incalza ma la trama non è chiara. L’infinità di elementi non consente una visione completa, reale e precisa del finale, questa è la mia testa, un garbuglio di elementi, citazioni, immagini, parole che ad un certo punto trovano una visione.
Quella visione è la parte finale del film, la stesura del disegno, ora preciso e definito. La conclusione è il colore, che potrebbe deludere o sbalordire, valorizzare o soffocare.

3) L’ispirazione nasce dalla trama del libro o da dettagli raccolti dal mondo circostante?

L’ispirazione nasce prima di tutto dalla trama del libro, anche se questo può voler dire immaginare luoghi reali senza averli mai visitati.
Molto spesso l’autore o autrice consentono di percepire l’atmosfera, di cogliere le peculiarità dei personaggi. Ma siamo consapevoli tutti che l’ispirazione è anche condita dalle immagini che fanno parte del patrimonio personale, preziosissimo e infinito che nutriamo, anche inconsapevolmente, ogni giorno.

4) La scelta dei colori invece su quali criteri si basa?

La scelta dei colori si basa su sensazioni, è complesso spiegare perché una palette di colori piuttosto che un’altra, cerco di affinare, attraverso le tonalità, l’atmosfera che desidero creare nella speranza di avvicinarmi alla percezione che voglio trasmettere e che spero il lettore colga.

5) Quanti strumenti di lavoro utilizzi per disegnare una copertina?

Carta, penna, computer e occhi, molti occhi!

6) In “Mistero a Villa del Lieto Tramonto” di Minna Lindgren c’è la prevalenza di colori freddi nella copertina, tre anziane donne che chiacchierano tra di loro ed una città innevata.
Quale messaggio hai voluto comunicare?

Helsinki, tre novantenni ironiche e curiose, un’atmosfera tagliente, divertente, gelida e colorata.

7) Tu pensi che la copertina possa influenzare i gusti letterari di un lettore?

La copertina può invogliare all’acquisto ma non influenzare i gusti letterari, questi sono, dopotutto, legati alla parte testuale del libro.
Certamente una copertina può avvicinare il lettore ad un libro od un genere che non avrebbe mai preso in considerazione se non grazie alla forza che l’immagine, come catalizzatore dello sguardo, può possedere.

8) Puoi darci qualche anticipazione sul prossimo libro di Minna Lindgren “Fuga da Villa del Lieto Tramonto”?

Posso dirvi che mi sono divertita molto a disegnare la copertina del secondo volume, mi sono affezionata a queste tre novantenni!

I gatti non hanno nome di Rita Indiana

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“I gatti non hanno nome, lo sanno tutti. Ai cani, invece, qualunque cosa va bene, si buttano lì una o due sillabe a caso e gli rimangono appiccicate con il velcro.”

Questa è una delle frasi più significative del libro “I gatti non hanno nome” edito dalla casa editrice NN Editore e scritto dall’originalissima penna di Rita Indiana perché restituisce un senso compiuto all’intera trama narrativa cogliendone la sua vera essenza.

Nulla è scontato ed ogni riga racconta un vissuto intenso composto da anime raminghe che trascorrono la loro esistenza senza una particolare ambizione o almeno così appare, mentre la canicola estiva tipica dei paesi tropicali lascia un po’ rammolliti nell’animo.

Quello che si presenta al lettore è un surrealismo che non è insito nei personaggi che sono quasi delle caratterizzazioni atipiche della società con i loro modi di fare sui generis ed ognuna con la propria diversità che è assolutamente sinonimo di bellezza ed autenticità, ma la natura surreale del libro risiede proprio nel linguaggio che sovverte i canoni della scrittura tradizionale e conforme ad una trama anonima, lineare e prevedibile perché qui di prevedibile c’è solo il susseguirsi delle pagine (bianche fra l’altro).

Il linguaggio utilizzato è fraterno, scorrevole, informale, mai catturabile perché l’uso delle metafore è sbalorditivo tanto da chiedersi da dove scaturisca tutta questa prolificità.
Le trovi spalmate nella pagina e quando pensi di aver ripreso le fila della trama, l’illusione dura talmente poco e capisci che la bravura di Rita Indiana risiede in questi colpi di scena linguistici che mostrano una dimestichezza con la lingua sorprendente.

Parole forti che bruciano come l’asfalto dei Caraibi ed una ragazza protagonista senza nome che lavora come segretaria presso la clinica veterinaria dello zio Fin mentre i genitori, assenti e totalmente incuranti della figlia, partono per l’Europa.
La particolarità della protagonista è comune a molte persone sensibili ovvero porta con sé un quaderno ed annota tutto ciò che pensa. In questo caso le annotazioni non riguardano l’andamento della giornata o verosimili pulsioni amorose, ma i possibili nomi che possano identificare un gatto che senza un nome solitamente non risponde prendendo spunto da ciò che la colpisce e questo fa di lei un’attenta e silenziosa osservatrice.

Tanti i personaggi che la circondano perché di personaggi si tratta ed osservandoli agire percepisci quanto il confine fra normalità e stranezza sia puramente soggettivo.
La famiglia è il suo nucleo di riferimento, in particolar modo Zio Fin medico veterinario, buddista il quale verrà sorpreso da una rivelazione che gli cambierà la vita; zia Celia maniaca del controllo trasforma la sua rabbia in scritte al neon efficaci tanto che “nella sua mente il mondo è un gran cesso sporco e lei è l’unico straccio con la fibra adatta a pulirlo”; la nonna ottantenne, smemorata e ripetitiva; Mandy il fratello definito una bestia e il cocco di mamma e papà e poi c’è Vita, l’amica bianchissima e femminile nonché il suo primo amore.

Ecco che in questa rappresentazione quasi tragicomica della realtà vengono presentate virtù e debolezze dell’animo umano e la semplicità di questa ragazza quasi commuove.
È solita compiere gesti quotidiani che rappresentano il suo mondo e da dietro il bancone della reception osserva il mondo dal suo punto di vista e non giudica, ma anzi presta ascolto con il suo cuore puro e sincero tanto da provare delle forti scosse emotive prima di riconoscere la sua omosessualità.

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Ciò che vuole insegnarci il libro “I gatti non hanno nome” è questo: non esiste un concetto univoco di normalità. Ognuno è speciale a suo modo e la bellezza di ogni singola personalità risiede soprattutto nelle nostre fragilità che possono trasformarsi in punti di forza autentici perché la ricerca della propria identità è un continuo lavoro da svolgere su se stessi e quello che più conta è amarci per come siamo con tutte le nostre umane debolezze.

Buona lettura!

L’usignolo di Kristin Hannah

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Una donna non è solo un misto di fragilità e paure come spesso atteggiamenti misogini tipicamente maschili vogliono far credere perché quando serve una donna sa essere una condottiera.

“L’usignolo”, romanzo edito dalla casa editrice Mondadori e scritto dalla scrittrice americana Kristin Hannah, ha come protagoniste due donne, sorelle, che lottano per la vita.
La guerra è un urlo di disperazione e averci a che fare logora le emozioni e rende emaciati corpi in evidente trasformazione.
Lo scenario apocalittico è quello della Seconda Guerra Mondiale che coglie alla sprovvista famiglie e comuni cittadini intenti a vivere la loro routine quotidiana.

Due sorelle per l’appunto, Vianne ed Isabelle Rossignol, in apparenza così diverse, ma unite da un unico e profondo dolore: la perdita della madre e il conseguente abbandono di un padre troppo egoista per prendersene cura e che “aveva lasciato le sue figlie come fossero biancheria sporca “ affidandole ad una sconosciuta, ma sia la perdita della moglie che l’aver vissuto la Grande Guerra lo resero sterile a tal punto da considerare il bere l’unica consolazione.

Vianne aveva solo quattordici anni quando le si chiese di diventare immediatamente un’adulta responsabile ed Isabelle ne aveva solamente quattro. Due sorelle sì che il dolore non è riuscito ad unire, ma a dividere per anni. Vianne, abituata a tenere tutto dentro, era la più riflessiva, mentre Isabelle era testarda e ribelle.
Vianne si era talmente rinchiusa nel suo dolore che non riuscì affatto a prendersi cura della piccola sorella che addirittura fu rinchiusa in un collegio, incontrò in seguito Antoine Mauriac, se ne innamorò sin da subito perché lui “era stato il primo tutto”, si sposò e nacque Sophie.

Isabelle invece camuffava il suo bisogno di attenzioni con la spavalderia e quando il conflitto scoppiò nella bella Parigi avrebbe voluto mettersi al servizio della patria per non venire sottomessa dai nazisti. Il suo mito era Edith Cavell, un’infermiera diventata un’eroina durante la Grande Guerra ed anche lei avrebbe voluto essere un’eroina di guerra nonostante i pareri contrastanti della mentalità comune che affermavano che “le donne sono inutili in guerra” e che il loro compito era quello di aspettare il loro ritorno in casa.

La guerra fu durissima, aspra e difficile da sopportare.
L’aria puzzava di muffa e Parigi un tempo splendida era stata sfigurata e sottomessa al giogo del nemico furioso e assassino.
Vianne rimase sola con Sophie, Antoine partì per combattere la guerra e Isabelle incontrò, durante la strada che conduceva a Carriveau dove abitava la sorella, Gaëtan Dubois, uscito dalle prigioni.
Sin da subito fra i due ci fu un’intesa speciale e capirono dai loro sguardi che insieme avrebbero combattuto la guerra nonostante poi il conflitto armato li separò, ma il cuore no.

Vianne dovette fare i conti con la sua morale dato l’avvicendarsi di capitani tedeschi in casa sua e si ritrovò persino a salvare di nascosto bambini ebrei, mentre Isabelle divenne veramente un’eroina di guerra che con lo pseudonimo di Juliette Gervaise, nome in codice Usignolo, accompagnò gli aviatori permettendogli di valicare il confine perché lei riusciva sempre a trasformare “ogni barriera in un ponte”.

Se esiste un lieto fine in questa storia, bè, non tocca a me svelarlo, ma una riflessione è doverosa farla.
Gaëtan ed Isabelle si sono “innamorati in un mondo in guerra” e velatamente forse la scrittrice ha voluto essere parte della narrazione perché il quesito che ci pone davanti è: “Cos’era l’amore di fronte alla guerra?” e forse la risposta è già scritta: “L’amore dev’essere più forte dell’odio altrimenti non ci sarà futuro per noi.”

Ed ecco che un futuro in guerra nessuno lo concepisce né vorrebbe assolutamente viverlo. Ma l’amore può veramente fungere da scudo contro le insidie del mondo?
Io credo che il vero amore ovvero quello vissuto intensamente sia rifugio per la nostra anima ferita, conforto nei momenti bui e speranza per giorni migliori.

“L’usignolo” infatti c’insegna questo: ad amare incondizionatamente, ad aggrapparci all’altro se serve non vergognandoci della nostra sofferenza che ci rende vulnerabili perché insieme si possono sconfiggere tutti i mali del mondo.
Magari questa è una visione troppo rosea e romantica della vita, ma crederci aiuta a stare meglio e a rinvigorire il cuore.
Perché vedete “le ferite si rimarginano. L’amore dura. Noi restiamo.” e in vista dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna, vale la pena ricordare che le donne non sono appannaggio degli uomini e che se credono in loro stesse possono arrivare dove vogliono.

Auguri a tutte le donne!

Qui di seguito l’intervista che la scrittrice mi ha gentilmente concesso.

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1) L’Usignolo ha come protagoniste due donne che lottano per degli ideali. 
Possiamo definirlo un romanzo femminista?

Per me “L’usignolo” è un romanzo che celebra il coraggio e l’eroismo delle donne comuni in tempi tristemente oscuri. Troppo spesso, le storie delle donne sono dimenticate rimanendo non raccontate o comunque non approfondite. Penso che sia molto importante preservare queste storie così importanti. C’è ancora molto che possiamo imparare dalla Seconda Guerra Mondiale – soprattutto nel nostro mondo attuale, sempre più pericoloso. E ‘importante ricordare quali siano i veri costi della guerra.

2) Quali differenze o similitudini possiamo cogliere fra la generazione che ha partecipato alla guerra e la generazione odierna?

C’è sicuramente una ragione per cui gli uomini e le donne che hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale sono stati chiamati “la più grande generazione”. Possiamo imparare molto dalla loro disponibilità a sacrificarsi l’uno per l’altro e per i loro ideali. Erano una generazione disposta a condividere qualunque cosa per il bene comune. Temo che il nostro mondo di oggi sia troppo fratturato: le persone notano di più le differenze piuttosto che le somiglianze che ci accomunano. Si può solo sperare di avere la capacità di imparare dalla nostra storia comune.

3) Come si fa a superare il senso dell’abbandono e a convivere con la perdita delle persone care?

Non so se avete mai veramente dovuto superare la perdita di una persona cara, ma il tempo purtroppo non diminuisce il dolore. Alla fine si impara a ricordare i bei tempi e a dimenticare il dolore che arriva con la morte. Io ho perso mia madre quando ero molto giovane, e in certi momenti ne ho davvero sentito la mancanza — il mio matrimonio, la nascita di mio figlio, il matrimonio di mio figlio. Ma sono confortata dai ricordi e penso a lei spesso.

4) Che sensazioni hai provato nel descrivere la Seconda Guerra Mondiale da un punto di vista tutto al femminile?

“L’usignolo” è stata un’esperienza di scrittura molto potente e profonda. Sono stata in grado di andare davvero a fondo nella mia ricerca. Le storie vere delle donne che hanno aiutato aviatori abbattuti, aderito alla Resistenza e nascosto famiglie e bambini ebrei sono state una vera ispirazione. E’ stato importante per me rendere giustizia a queste donne e trasmettere le loro storie con compassione e comprensione, onorando il loro coraggio.

5) Nel romanzo, l’amore è uno dei temi centrali: l’amore si contrappone all’odio. 
Secondo te, l’amore potrebbe essere l’arma vincente per sterminare definitivamente ogni tipo di guerra?

Vorrei pensare che l’amore vince sempre. Soprattutto nel contesto della guerra – e della Seconda Guerra Mondiale in particolare – è ovvio che l’amore non sempre trionfa sull’odio. La guerra tira fuori il peggio del genere umano – ma anche il meglio. Ho cercato di dimostrarlo con “L’Usignolo”. Credo anche che in molti modi l’amore e la comprensione siano il senso della vita, il viaggio delle nostre anime. Se riuscissimo tutti a tenerci ben stretto l’amore al posto dell’odio, saremmo sulla strada giusta verso un mondo migliore.

6) Il romanzo contiene riferimenti geografici precisi, date, ambientazioni raccontate nel dettaglio. 
Su quali testi ti sei documentata oppure hai raccolto delle testimonianze dirette?

Grazie mille per le gentili parole su “L’Usignolo”. La ricerca alla base di questo romanzo è stato un processo molto lungo. Ci sono voluti molto lavoro e tantissime letture. Circa sei mesi di ricerca solo per iniziare. Sono andata anche in Francia e Spagna per seguire via di fuga di Isabelle. Per me, la parte più importante della ricerca sono state le biografie scritte da donne comuni che hanno vissuto – e sono morte- nella Francia occupata dai nazisti durante la guerra.

7) Vianne ed Isabelle, due sorelle a confronto. L’una più conservatrice, l’altra più ribelle. Quale hai preferito raccontare?

Ho amato entrambe per diversi motivi. Ho amato l’audacia e l’irruenza di Isabelle. Ho amato come lei avesse ben in mente cosa fosse giusto e cosa sbagliato e quanto fosse disposta a rischiare la propria vita per aiutare gli altri. Ho amato molto anche come Vianne abbia domato la sua paura e sia diventata una vera e propria eroina. Vianne, dei due personaggi, è più simile a me. Lei è una donna che è prima di tutto una madre e ha dovuto pensare costantemente durante la guerra a come mantenere la figlia viva.

8) Come spiegare ai bambini l’orrore di queste guerre così profondamente ingiuste?  

Non so come si possa ragionevolmente spiegare la guerra a nessuno. Non ha davvero senso. Credo che quello che dobbiamo fare è scegliere di abbracciare la compassione e la comprensione. Abbiamo bisogno di celebrare le nostre differenze. Il mondo è troppo piccolo e troppo pericoloso ai giorni nostri per promuovere l’odio e l’intolleranza.

9) Chi crea discriminazione e odio razziale: il credo religioso o il fanatismo dell’uomo?  

Beh, per definizione, il fanatismo è radicato in una devozione irrazionale o servile verso un’idea, e questo genere di cose diventa facilmente “tossico”, ma qualsiasi persona o istituzione che abbraccia l’odio e l’intolleranza può essere pericolosa.